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CINEMA NEWS ...:::Film da Vedere:::... 
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Messaggio CINEMA NEWS ...:::Film da Vedere:::...
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La diffusione dello sconosciuto virus che rende gli esseri umani zombie dalla sorprendente falcata ha gettato morte e panico sul Regno Unito, come visto in 28 giorni dopo, e portato alla completa evacuazione dei superstiti di tutta la Gran Bretagna, messa in quarantena delle nazioni unite.
28 settimane dopo la situazione sembra essere nuovamente sotto controllo: tutti gli infetti sono stati sterminati e il rimpatrio dei primi profughi può cominciare insieme ai lavori di ricostruzione. Il ritrovamento di una donna che sembra essere immune ai devastanti effetti del virus, pur essendone portatrice, è di grande interesse per
gli scienziati che studiano la natura del contagio per tentare di produrre un antidoto. Ovviamente, basterà un imprevedibile incidente a dare il via a un nuovo incubo.
Signore e signori, tanto di cappello all'apocalisse, nonché al degno sequel di uno dei migliori horror catastrofici degli ultimi tempi. Meno d'impatto rispetto al predecessore, 28 settimane dopo guadagna crescente credibilità e spessore con il passare dei minuti, costruendo, cadavere su cadavere, una graduale e solida escalation verso il gore più sfrenato e legittimo del cinema contemporaneo.
Nonostante alcune pecche a livello di script, che singhiozza quando è chiamato a passare dalle varie sottotrame, talvolta sensibilmente isolate, a contesti di più ampio respiro, l'architettura filmica si dimostra agile nell'ospitare una vicenda pulsante, capace di entusiasmare proponendo intrattenimento genuino. Fresnadillo, noto in precedenza per la regia del mediocre Intacto, raccoglie in modo sorprendente l'eredità di Boyle (che ha contribuito alla regia per alcune scene) dimostrando spiccato senso del ritmo e personalità nelle scene ad alto tasso dinamico.
Gli straordinari scenari londinesi deserti sostengono ancora una volta l'epicità del narrato, contribuendo in modo rilevante a ricreare le atmosfere che hanno reso famoso il primo episodio e dando ulteriore consistenza e fascino al risultato finale. A quando il terzo capitolo?


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sab nov 24, 2007 2:33 am
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questo è il primo capitolo....

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Inghilterra, oggi.Durante un blitz un gruppo di animalisti irrompe in un laboratorio dove alcuni scimpanzè vengono sottoposti alla visione forzata di immagini violente. Il ricercatore che studia le cavie avverte gli attivisti che gli animali sono affetti da un virus sconosciuto e pericoloso. Malgrado ciò, i membri del commando decidono di liberare gli animali, da cui vengono immediatamente attaccati. 28 giorni dopo, Jim si risveglia in una Londra deserta e spettrale. La città sembra deserta e Jim vaga alla ricerca di esseri umani. E' solo l'inizio di un'avventura dai risvolti terrificanti, dove l'uomo civilizzato si conferma come la belva peggiore... Dopo un paio di film sbagliati, Danny "Trainspotting" Boyle torna a far centro, con un horror a basso costo e girato in digitale che dà punti a molte produzioni miliardarie. Tutto già visto, intendiamoci,con profluvi di citazioni (da Romero alla serie Tv "i Sopravvissuti") a volte decisamente perdenti rispetto agli originali. Ma almeno c'è un bel senso del ritmo, interpreti funzionali alla narrazione, qualche azzeccata soluzione di montaggio e una notevole colonna sonora. E qualche brivido è assicurato. Piacevole.

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sab nov 24, 2007 2:35 am
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28 giorni dopo mi è piaciuto, niente male. L'altro lo devo ancora vedere.


sab nov 24, 2007 9:38 am
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Raga è uscito il film 1408...dicono ke è troppo bello...ke ne pensate!?!


sab nov 24, 2007 10:23 am
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se ti piace il genere è da vedere

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sab nov 24, 2007 5:28 pm
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questi i film x questa settimana fino a giovedi...

1408

Tratto da un racconto di Stephen King 1408 ha come protagonista Mike Enslin, scrittore di successo specializzatosi nella ricerca di fenomeni paranormali dopo la prematura morte della figlioletta che ha provocato anche il suo distacco dalla moglie. Mike non crede più in nulla anche perché non ha mai avuto una prova tangibile dell'esistenza degli spiriti. Finché un giorno non riceve una cartolina che gli suggerisce di prendere alloggio nella stanza 1408 (il totale delle cifre dà 13) dell'Hotel Dolphin a New York.
Lo scrittore deve superare non poche difficoltà frapposte dal direttore dell'albergo (un Samuel L. Jackson più che mai luciferino) il quale non vuole assolutamente permettergli l'ingresso in quella camera in cui sono morte, nel corso degli anni, ben 56 persone, molte delle quali per morte violenta. Enslin vince le resistenze ma viene messo al corrente che nessuno ha mai resistito più di un'ora vivo tra quelle mura.
Ci voleva uno svedese perché un racconto di Stephen King tornasse a essere fatto oggetto di una trasposizione quantomeno interessante sullo schermo. Spesso l'opera dello scrittore viene banalizzata da registi incapaci di cogliere il versante psicologico dei personaggi da lui portati sulla pagina. In questo caso invece Hafstrom, grazie anche a un John Cusack autoironico e al contempo tormentato al punto giusto, riesce a tenere a bada il più che noto armamentario di apparizioni insolite e di muri che colano sangue per spostare l'attenzione su una dimensione interiore del personaggio.
Mike è tormentato come tutti i protagonisti di King ma chi torna (o viene fatto tornare) nei suoi incubi non è qualcuno a cui abbia fatto torto in passato quanto piuttosto la persona più cara per la quale è convinto di non avere fatto abbastanza: la figlia morta di malattia da bambina. La stanza diviene allora la materializzazione di un senso di colpa per omissione al quale non è possibile sfuggire. Così l'orrore abbandona la canonica dimensione dei colpi di scena (tranne in 2 o 3 casi) per trasformarsi in un progressivo susseguirsi di ossessioni senza speranza di via d'uscita. Forse scrivere, come qualcuno ha fatto, che si tratta del più bel film (dopo Shining tratto da King è esagerato. Certamente è uno dei meglio riusciti.

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dom nov 25, 2007 9:51 pm
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continua....

Turi Arcangelo Leofonte, il ragioniere della mafia che collaborò con la giustizia facendo arrestare molti componenti del clan Scalia, esce di galera dopo undici anni di detenzione. Rocco Scalia, il figlio del boss morto in carcere, è deciso a vendicare il tradimento di Leofonte e a recuperare il denaro di suo padre. Per raggiungere il suo scopo rapisce il nipote del ragioniere, conducendolo a forza in Sicilia. Ricomposta la squadra del Questore Aggiunto Nino Venanzio, gli agenti intraprenderanno un lungo viaggio verso sud. Sbarcati sull'isola chiuderanno i conti con Scalia e col passato.
Milano Palermo - Il ritorno è un film che scivola nel parassitismo paratelevisivo, omologandosi ai codici e ai canoni della tv. Non perché Claudio Fragasso sia stato sceneggiatore di prodotti per la tv, piuttosto perché i suoi eroi dell'antimafia, tornati sul grande schermo dopo dodici anni dal viaggio di sola andata, sono (troppo) prossimi agli agenti dei "distretti" di polizia, alle squadre mobili e ai nuclei operativi che si fanno concorrenza sulle reti pubbliche e private.
Dopo Petri, Rosi e Damiani il cinema italiano sembra incapace di ricostruire l'epica partendo dalla cronaca. La squadra di Fragasso è un gruppo di brave persone in prima linea, l'ultimo avamposto della legalità contro la criminalità mafiosa. Mai sottoposti alle insidie della violenza e del desiderio, mai collusi con il crimine, gli agenti sono protagonisti di indagini ortodosse che rassicurano il pubblico. Le scansioni del racconto sono classiche: attentato, paura e smarrimento, poi rabbia, tensione e infine reciproca solidarietà, perché in fondo si tratta di un film d'azione in cerca di un forte coinvolgimento emotivo, incentrato su personaggi niente affatto ambivalenti, figuriamoci estremi.
Indossando il vestito del genere (film poliziesco e film di mafia), il film di Fragasso ri-propone il tema della crisi familiare in un'Italia ferita a morte, dove la giustizia vive confinata nella solitudine e assediata dal tradimento, privilegiando le dinamiche interne a discapito del rapporto conflittuale con l'esterno. Nel viaggio da nord a sud la squadra di Venanzio sostiene padre e figlia, proteggendoli dai pericoli esterni e funzionando da catalizzatore dei loro sentimenti e delle loro tensioni.
Il tema della mafia e della famiglia negata, già ampiamente sviscerato nella Piovra, non aggiunge niente alla comprensione del fenomeno. Cascàmi drammatici da operetta, personaggi che si vorrebbero impregnati di problematiche civili, sociali e politiche, set "avvertibili" (si osservi la sequenza del conflitto a fuoco nelle Terme di Montecatini), musiche empatiche, attori ordinari e "teledipendenti" dovrebbero allarmare lo spettatore, inducendolo al sospetto di guardare al cinema un film conforme (nello stile e nella narrazione) alla programmazione Rai. O Mediaset.

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dom nov 25, 2007 9:58 pm
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Insensibile e senza scrupoli, Mattia è un cinico imprenditore edile votato alla fede del "risparmio come massimo guadagno". Dopo aver rinunciato a costruire i ponteggi di sicurezza per il suo cantiere, si ritrova improvvisamente a far fronte ai ricatti di uno sfortunato operaio egiziano (lo strepitoso Hassani Shapi), caduto da un tetto e costretto al gesso dalla vita in su. Ragione del ricatto, un concorso da cioccolataio da frequentare sotto mentite spoglie – quelle di Kamal appunto, impossibilitato a partecipare – in cambio di una non denuncia per le condizioni disumane del cantiere. Per Mattia, si apriranno le porte di un mondo sconosciuto fatto di integrazione culturale e di dignitosissima povertà, nel tentativo di redimersi dalla sua vita precedente ed evitare, al tempo stesso, una scottante denuncia alle autorità.
C'era una volta il product placement, e c'è ancora. Ma in queste lezioni di cioccolato – nonostante il megaspot riservato a una delle industrie nazionali più proficue in fatturato e cioccolatini – c'è tanta commedia e tanta leggerezza, con una sceneggiatura e un cast degne di essere applaudite.
Cè il sociale, il lavoro in nero – forse liquidato troppo in fretta nella prima parte del film – c'è una storia d'amore e d'equivoci che non piacerà ai palati più austeri, ma che di certo lascerà, usciti dalla sala, con un retrogusto di estrema tenerezza.
C'è poi il cast, eccellente e dai tempi comici quasi perfetti, a partire da Luca Argentero – nella triplice veste di geometra, operaio e cioccolataio redento – a Violante Placido, terribile paladina della legge con qualche complesso di troppo. Eccellente, invece, la prova di Hassani Shapi, lo "Jedi" di Guerre Stellari e di Neri Marcorè, nei panni di un maestro cioccolataio in crisi sentimentale. Lezioni di cioccolato è un esordio di tutto rispetto, una commedia gustosa sulle qualità curative di uno dei dei derivati più amati al mondo.
Qualità curative che, una volta tanto, fanno bene anche al nostro cinema.

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dom nov 25, 2007 9:59 pm
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Settimo figlio del settimo figlio, Will è il guerriero eletto che i membri della Luce attendono per sconfiggere le Tenebre dopo secoli di lotta. Il giovane, dotato di superpoteri, farà alcune brevi incursioni nel Medioevo per cercare una serie di segni magici.
Tratto dalla serie di romanzi di Susan Cooper, "The dark is rising" e in particolare dal secondo, "The seeker", Il risveglio delle tenebre, più che un blockbuster per bambini pare un film scritto da un bambino, privo dell'originalità di un "Harry Potter", come dell'interesse dei racconti da cui è tratto.
I produttori si sono preoccupati di epurare dalla narrazione ogni rimando alla mitologia di re Artù cui Susan Cooper s'ispirava, esponendo la storia essenziale di un ragazzino alla ricerca di qualche segno che dovrebbe salvare il mondo dall'oscurità (ma guarda un po'…). Il racconto non va molto oltre, accennando appena l'ambientazione medievale, così come il fantasy gotico che dovrebbe richiamare. L'unico interesse, date le premesse, si cerca nei personaggi, che invece sono vuoti e privi di spessore (spicca il giovane protagonista, Alexander Ludwig, per nulla simpatico e dal volto ricercatamente insulso).
Nel disinteresse generale, la macchina da presa galleggia senza motivo nell'aria, dando l'impressione di doversi muovere per sopprimere alla mancanza di contenuti sullo schermo, mentre la sceneggiatura non risparmia le più crudeli ingenuità (un esempio : Will, per informarsi e dando prova di grande acume, cerca «dark and light» su Google…). Il resto è francamente noioso e prevedibile: i pochi interessati possono limitarsi al trailer, dove, peraltro, l'inconsistente trama è raccontata con dovizia di particolari.


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dom nov 25, 2007 10:07 pm
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Tra realtà e immaginazione, Factory Girl si propone di ricostruire la figura di Edie Sedgwick, attrice e modella della Factory di Andy Warhol. In compagnia dello sceneggiatore, il regista George Hickenlooper ha scandagliato un ricco materiale di archivio per raccontare l'ascesa e il declino di una donna simbolo della contro-cultura americana.
Arrivata a New York intorno alla metà degli anni '60, Edie viene risucchiata dalla fabbrica creativa di Warhol senza riuscire a trovare un giusto equilibrio tra il mondo effimero dei seguaci di Warhol e quello impegnato di una grande rock star di cui si innamora.
Per quanto accurata sia la rappresentazione di alcuni dettagli scenici, la pellicola non riesce a trovare un punto di vista ben preciso. Se quest'ultimo è inteso come spia di un autore e di uno spettatore impliciti, si fa difficoltà a trovare ordine in una trama che si preoccupa di catturare l'estetica di Warhol e, nello stesso tempo, sottolineare la fragilità di una ragazza intrappolata nel mezzo di due mondi (arte e rock&roll) che non riuscivano a trovare un dialogo proficuo. La logica secondo cui è costruita l'immagine (il film spesso è girato alla maniera dei documentari) è lontana dalla cifra che occorre possedere per ripercorrerla. Tale disequilibrio non aiuta a centrare la raffigurazione di questa Musa le cui vicende hanno, tra l'altro, un andamento confuso e poco chiaro a causa di una sceneggiatura debole.
La poca fluidità dello sviluppo narrativo non permette di ritenere credibili e sinceri i passaggi emotivi della protagonista e l'evoluzione della difficile relazione tra Edie e Andy. La recitazione distratta e spesso forzata di Sienna Miller non fa che indebolire ulteriormente il tutto. Inoltre, elemento non meno importante, la città di New York, che dovrebbe essere quasi una co-protagonista del film e della Factory per via dei suoi molteplici stimoli, appare come un contorno sbiadito e poco influente.

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dom nov 25, 2007 10:08 pm
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Come d'incanto: una principessa a Manhattan

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Giunto al quarto lungometraggio per la Disney (dopo In viaggio con Pippo, Tarzan e La carica dei 102), Kevin Lima aveva le idee chiare su come realizzare Come d'incanto, esperimento - ottimamente riuscito - di "ibrido" cinematografico che mescola commedia romantica, musical, film d'avventura, animazione bidimensionale e tridimensionale. Se le prime stesure della sceneggiatura non lo avevano convinto perché troppo dark e sarcastiche, l'obiettivo principale del regista e animatore era di trovare una principessa che fosse sconosciuta al grande pubblico. Una che magari non era mai finita nelle cronache rosa e soprattutto che non fosse una starlette da gossip. "Ho visto ben trecento ragazze per la parte di Giselle, ma quando è entrata Amy ho capito immediatamente che sarebbe stata una principessa perfetta, con la sua pelle chiara, gli occhi tondi e quell'aria così innocente. Ho dovuto imputarmi con la Disney, che al contrario voleva una star. Così abbiamo fatto un accordo, io gli avrei dato quello che volevano, ovvero Patrick Dempsey, ma la principessa la devo scegliere io". Amy Adams ha iniziato la sua carriera come attrice di musical a teatro prima di debuttare sul grande schermo nel 1999 in Drop Dead Gorgeous. Dopo qualche piccola partecipazione a serie televisive ottiene la parte della giovane e ingenua fidanzatina di Leonardo DiCaprio in Prova a prendermi e l'anno successivo guadagna una candidatura all'Oscar per il ruolo di Ashley Johnsten in Junebug. Prossimamente la vedremo al fianco di Tom Hanks e Julia Roberts in Charlie Wilson's War e di Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman in Doubt.

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lun dic 03, 2007 6:49 pm
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the kingdom

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Una squadra FBI dell'anti-crimine viene spedita in Arabia Saudita con lo scopo di investigare sulle cause di un attentato che ha ucciso numerosi civili americani. Trovare i responsabili del massacro si rivelerà molto più difficile del previsto. I quattro agenti hanno, infatti, solo cinque giorni a disposizione per le indagini. I film sulla guerra in Iraq e sul terrorismo internazionale oramai costituiscono un genere a parte. Lontani i tempi in cui i war movies americani facevano solo propaganda raccontando i "loro" conflitti. In qualche caso, si ha come l'impressione che registi e attori del momento vogliano prendere il posto di quei giornalisti o addetti all'informazione che, per motivi vari e complessi, riducono le notizie a una poltiglia informe e incolore. Il film di Berg come i recenti sull'argomento (Syriana su tutti) dimostrano di aver acquisito una maturità non solo contenutistica ma anche formale. Le battaglie, le stragi dei civili, le conseguenze per chi è rimasto non rappresentano più un tabù. Ma soprattutto risulta quasi un obbligo rispettare una visione bipolare dei fatti narrati.
L'attenzione e la sensibilità con cui il regista presenta i caratteri di entrambe le parti arriva allo spettatore in modo chiaro e onesto. Il limite del film è altrove. L'eccessiva e sanguinolenta azione della pellicola rischia, in molte situazioni, di operare un effetto boomerang. L'atto si esplica esclusivamente attraverso operazioni effettive sugli esistenti. Si opera senza che mobilitazioni interiori di sentimenti o di semplici impulsi abbiano peso. La dimensione cognitiva, schiacciata da quella pragmatica, sarebbe stata necessaria non solo per un discorso di puro equilibrio ma anche per concatenare i nodi della trama con una maggiore linearità e una fluida logica.

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lun dic 03, 2007 6:51 pm
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La musica nel cuore - August Rush

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Un orfano dallo straordinario talento musicale si ritrova a esibirsi per le strade di New York in compagnia di un uomo misterioso che si prende cura di lui. Ritrovare i suoi genitori è il suo principale obiettivo.
La figlia del regista Jim Sheridan, Kirsten, porta sullo schermo una sceneggiatura a metà strada tra fiaba e realtà che trova nella musica il collante tra i vari personaggi. Quest'ultima non è un elemento esterno che funge da accompagnamento alle immagini o da sottolineatura emotiva. Come non protagonista, il supporto sonoro è uno strumento attraverso il quale la cineasta e gli sceneggiatori strutturano la narrazione. Riuscita la scelta di adottare una musica "pensata". O meglio una deformazione sonora soggettivata dalla mente del bambino capace di armonizzare i molteplici suoni della Grande Mela in un unico spartito virtuale. Non è un caso che nella pellicola ci siano molti rumori ed effetti sonori. La loro funzione, essenzialmente realistica, fugge il suggestivo per guidare il narrativo.
Estremamente deboli, invece, la raffigurazione del lato povero dell'America e il legame tra figli e genitori. Il primo punto, che dovrebbe fare da sfondo al secondo, viene trattato in modo sommario e sbrigativo comunicando un senso di estraneità alla storia ma soprattutto alle paure di un undicenne appena arrivato in una metropoli dai mille pericoli. L'altro aspetto difficilmente trova una propria giustificazione.
La reciproca ricerca tra padre-madre-figlio, fortemente mossa da elementi magici e misteriosi, trasmette a chi guarda un senso di non appartenenza che non giova all'equilibrio della pellicola. Buone le interpretazioni di tutti gli attori: Jonathan Rhys Meyers, Keri Russell, Robin Williams e il giovanissimo Freddie Highmore, ritenuto da Kate Winslet il migliore attore-bambino mai visto sullo schermo.



Accros the universe

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Liverpool, anni '60. Jude (Jim Sturgess) decide di lasciare l'Inghilterra per recarsi in America alla ricerca del padre emigrato anni prima verso gli Stati Uniti. Lì conoscerà nuove persone, si innamorerà, e si scontrerà con la realtà della guerra in Vietnam, dei movimenti pacifisti, dei Watts Riots, del mondo della musica. Con le note e i testi dei Beatles (in versione rivista e corretta dai protagonisti) a ispirare la sua storia.
Julie Taymor ha diretto diversi musical a Broadway, e anche alcune rappresentazioni operistiche, oltre naturalmente al cinema (Frida, Titus). Avendo sempre avuto a che fare con l'arte e con la musica, la sua interpretazione in chiave musical dei Beatles, come ispiratori con le loro canzoni della storia di un giovane negli anni'60, è visionaria, psichedelica, ironica, con uno sguardo a quel periodo che in parte ha cambiato la storia.
Per realizzare questo film si è quindi avvalsa di famosi performer (Bono e Joe Cocker), di ottimi comprimari fra cui il protagonista, Jim Sturgess, che sorprende nelle sue interpretazioni di "Revolution" e "All my loving", e dell'apporto fondamentale del compositore Elliott Goldenthal che ha avuto l'onere e l'onore di riarrangiare i pezzi del quartetto di Liverpool.
Across the universe, che alcuni avvicinano a Moulin Rouge di Baz Luhrman, è un insieme di quadri musicali, ognuno con una sua personalità, che in parte descrivono le vicende (la sequenza di "Strawberry fields forever" è intensa e appassionante), e in parte ne rappresentano le atmosfere, con l'utilizzo di effetti di saturazione di colore, del green screen, e di coreografie tipiche del musical.
Il film di Julie Taymor non è comunque un film sui Beatles, bensì raccontato dai Beatles, i cui testi si rinnovano e acquisiscono nuova linfa, con uno sguardo al passato. E uno al presente.

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lun dic 03, 2007 6:56 pm
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La bussola d'oro
Da Philip Pullman una favola fantasy adulta e psicologica che, anche se fredda e poco originale a tratti, riesce a coinvolgere grazie a dettagli e atmosfere fantastiche
Lyra (Dakota Blue Richards) è una ragazzina orfana che vive con il suo daimon (rappresentazione fisica in forma animale di un individuo), che si fida del suo tutore Lord Asriel (Daniel Craig) ma che viene concupita dalla bella affascinante Mrs. Coulter (Nicole Kidman). Quando alcuni dei suoi amici vengono rapiti dagli ingoiatori Lyra cercherà insieme ai Gyziani di recarsi nella terra degli orsi polari per salvare chi realmente conta per lei.
Il romanzo di Philip Pullman (il primo di una trilogia), è una favola adulta, psicologica, molto differente dagli Harry Potter della Rowling, e per questo motivo più complessa anche da trasferire sullo schermo. L'inizio del film è potteriano, non si parla di maghetti, ma di certo di un istituto dove vengono educati ragazzi che sembrano avere qualcosa di speciale. Poi viene introdotto il concetto di daimon, come scritto in precedenza una rappresentazione dell'anima umana che nei bambini non è stabilizzata e cambia continuamente di forma, che nel libro ha una sua reale complessità, e che nel film invece si dispiega in pochi minuti. Il Daimon è la chiave di tutta la storia, e forse come tale, avrebbe dovuto essere più approfondito.

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lun dic 17, 2007 2:11 pm
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Bee Movie
Se pensavate di conoscere il mondo delle api, il film d'animazione della Dreamworks Bee Movie vi farà ricredere. Nella versione originale, il celebre comico Jerry Seinfeld, oltre ad aver co-sceneggiato e prodotto la pellicola, presta la voce all'ape che porta il nome di Barry Benson. Quest'ultimo è un giovane neo-laureato che sogna di avventurarsi al di fuori dell'alveare per venire a contatto con il mondo degli umani. L'incontro con Vanessa, una fioriaia di Manhattan, gli farà infrangere una delle regole di base del mondo in giallo e nero: parlare con gli uomini.
La magia dell'animation computerizzata permette allo spettatore di conoscere ed esplorare le vite nascoste di queste creature. Tutto quello che vediamo è in proporzione alle loro piccole dimensioni e ai loro frenetici movimenti.
Stilisticamente impeccabile, Bee movie ha il grande merito di aumentare la sensibilità di ciascuno di noi nei confronti delle tematiche ambientali. Tutte le persone che hanno lavorato alla produzione del film sono partite dalla viva volontà di “pensare come le api” connotando in positivo situazioni e luoghi comuni che le dipingono come fastidiose e aggressive. Nello stesso tempo, il marchio animato del film aiuta a rendere verosimili situazioni che nella vita reale sarebbero impossibili. Il fatto che l'ape Barry parli con l'umana Vanessa sembra tutto fuorché bizzarro. Non si mette neanche in dubbio lo scambio dialogico tra un insetto e un essere umano. La storia narrata avviene in due mondi: l'alveare, una vera e propria città fatta di case, macchine e fabbriche, e New York, dove gli “assi del polline” si recano per raccogliere il nettare e impollinare i fiori. Per ricreare questi due spazi è stato chiamato lo stesso scenografo di Minority Report e La sposa cadavere che, paradossalmente, ha utilizzato strumenti derivati dal mondo del cinema di non animazione.


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La promessa dell'assassino

Una ragazza russa muore dando alla luce un figlio. L'ostetrica, Anna, ne traduce il diario alla ricerca dei parenti cui dare in affido il bambino. Scoprirà inquietanti rapporti con la mafia russa, giri di prostituzione e criminalità che rapidamente la stringono in una pericolosa rete…
Cupo e inquietante, ambientato in una Londra umida e invernale, Eastern Promises è forse uno dei lavori stilisticamente più compatti ed efficaci di Cronenberg. La fotografia che vira sul rosso e il nero; l'atmosfera sospesa in cui si muovono i protagonisti, costruiscono un mondo disturbante e precario. Il tutto consente la messa in scena dell'ossessione per il corpo come superficie d'iscrizione della propria memoria, luogo delle impronte del passato. I tatuaggi raccontano i trascorsi dei protagonisti nelle prigioni siberiane e gli incontri di lavoro si fanno nelle saune, per mostrare i disegni sulla pelle.
Come racchiusi nei propri corpi i magnifici protagonisti, il glaciale Mortensen, il buffone Cassel e la sconvolta Naomi Watts, fanno trasparire un'inquietudine esistenziale, quella della scelta. Al centro della riflessione di Cronenberg, come accadeva in A history of violence, la questione morale: il comportamento di un uomo nel momento in cui il suo mondo, quello malavitoso, si scontra con quello cosiddetto "normale". La potenza di Eastern Promises è quella di trattare il tema all'interno del noir, sfruttando le logiche di genere per mettere in scena un dilemma essenziale. Rientrato in un certo modo nei ranghi, Cronenberg sceglie di non usare le armi da fuoco, cosa che lo accomuna con il Johnnie To di Election (film con cui sembra esserci più di una parentela, almeno dal punto di vista stilistico), centellina le scene d'azione che esplodono improvvise e ancora più violente durante la narrazione. Dopo averne destrutturato le regole, averle portate all'eccesso, nella sua filmografia, fino a farle collassare, Cronenberg tocca qui una delle vette più alte del noir contemporaneo.
Eastern Promises regala, tra le altre cose, una scena culto: Viggo Mortensen, nudo, lotta contro due energumeni in una sauna russa. Il sangue scuro e i colpi sordi delle lame sui muri la rendono una delle sequenze d'azione meglio riuscite degli ultimi anni.

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lun dic 17, 2007 2:13 pm
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Una moglie bellissima

Mariano e Miranda si amano da dieci anni e vivono una vita perfetta nella provincia toscana. Gestori di un banco di frutta e verdura, sognano di acquistare un giorno una bottega dove trasferire la loro attività. La bellezza morbida e sensuale di Miranda "esposta" come primizia al mercato non sfugge a un fotografo di moda, che le offre soldi e successo in cambio di dodici scatti. Allettata dalla cifra e dalla possibilità di realizzare il loro progetto, la coppia accetta la proposta e Miranda posa per un calendario. Fama e fiumi di champagne finiranno per confonderla e per spingerla tra le braccia del seducente e sedicente fotografo. Mariano, intanto, perde l'amore ma non la speranza.
Perché sparare sulla croce rossa? Leonardo Pieraccioni anche quest'anno ha fatto il compitino: un filmetto dalla trama annacquata e dal tono sentimentale che uscirà a pochi giorni dal Natale in centinaia di sale e regalerà alla Medusa incassi miliardari. Gli spettatori svagati e prenatalizi lo andranno a vedere e i critici abbozzeranno indulgenti: guai a parlare male di un film italiano che gode di un consenso così generalizzato.
La storia è nota ed è ambientata nella provincia toscana ancora una volta travolta dall'arrivo di un agente esterno che ne sconvolgerà gli equilibri. Sostituite le cinque ballerine di flamenco col fotografo farabutto di Gabriel Garko, saranno proprio il suo fascino e la sua proposta indecente a far capitolare la bella moglie dell'ortolano. Accumulando pretese irritanti (la critica alla società dello spettacolo, alla politica e ai costumi italiani) accanto a scelte marchiane (ridere sull'obesità e dell'obesità di un bambino), il cinema di Pieraccioni non sembra in grado di rivitalizzare le forme della commedia all'italiana e tra vent'anni non lo vedremo (spero) con la nostalgia complice che oggi si riserva alle riscoperte trash. Il brutto non è più quello di una volta e francamente non fa più neanche ridere.
Quello che manca al cinema di Pieraccioni non è tanto un Paese, osservato attraverso il filtro regionale, quanto una storia che dia ragione della realtà osservata. A funzionare nel film è invece il "clown augusto" di Massimo Ceccherini, "preso a pedate" dal clown bianco di Pieraccioni. Laddove il ritmo langue Ceccherini irrompe riuscendo sempre a strappare un tessuto narrativo sciatto.

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lun dic 17, 2007 2:15 pm
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Natale in crociera

Paolo (Christian De Sica) vuole trascorrere del tempo con Magda, la propria amante (Aida Yespica), e con uno stratagemma spedisce la moglie Francesca (Nancy Brilli) e il figlio in montagna. Il tentato suicidio del cognato Felice, cambia i piani di Paolo che lo accompagnerà in crociera ai caraibi per distrarlo, senza perdere la possibilità di invitare di nascosto anche la giovane Magda. Sulla stessa nave anche Michela (Michelle Hunziker), animalista convinta, e Luigi (Fabio De Luigi), autore del libro "Single è bello", si incontrano, ignari di cosa li aspetterà durante un matrimonio che si celebrerà proprio in crociera.
Ogni anno ci si pone sempre la stessa domanda: "È corretto giudicare un film che è entrato nelle tradizioni degli italiani?". Sarebbe come criticare il cappone del pranzo di Natale. Può piacere o non piacere, un anno può essere più buono, l'altro meno. Però è sempre il cappone di Natale. Ogni critica non conta.
Neri Parenti ha infatti sufficiente esperienza, maestria e conoscenza del pubblico italiano e riesce ad alternare ovvietà richieste a qualche trovata più interessante (come il personaggio di Fabio De Luigi), lasciando il film all'inerzia nel finale, necessario per avere una chiusa. In effetti, si potrebbe quasi dire che i film di Vacanze di Natale sono rappresentati da un solo lungometraggio della durata di 25 anni. Natale in crociera che è rappresentato in un ambiente delimitato (la nave), così come lo erano gli hotel, i villaggi e i paesaggi di mondi vicini (le nostre spiagge e le nostre piste da sci) e lontani (l'India e l'Egitto), si avvale di attori che sono degli ottimi professionisti e che qualche risata la riesco a strappare. A tutti. Da Christian De Sica a Fabio De Luigi (il migliore), a Michelle Hunziker. Il cappone è servito. Buon Natale.

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lun dic 17, 2007 2:16 pm
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Paranoid Park


[img]Alex ha sedici anni e frequenta il liceo a Portland. Un giorno un amico lo invita ad andare con lui a Paranoid Park, luogo malfamato della città in cui si confrontano i più abili esperti in materia di skateboard. Una notte, proprio presso il parco, Alex uccide accidentalmente un agente. Decide di continuare la sua vita senza dire nulla a nessuno.
Gus Van Sant torna a parlarci di adolescenti dopo quella che potremmo definire la parentesi di Last Days. Lo fa affrontando il romanzo omonimo di Blake Nelson e tornando a girare (in super8 e in 35 mm) nella sua città natale. Il suo interesse per il mondo adolescenziale si rivela sempre più dettato dall'urgenza di mettere in guardia il mondo adulto (nel quale però ha una fiducia sempre più flebile) nei confronti di una deriva morale che tende ad annullare in molti di essi (senza bisogno di droghe) la distinzione tra bene e male.
In Paranoid Park in particolare i maschi sembrano essere i più indifesi e pronti a farsi decolorare l'anima dal demone dell'indifferenza. Le due ragazze invece (la girlfriend di Alex e una ragazza conosciuta al parco) sono molto più consapevoli. La prima reagisce con veemenza (nell'unica scena di cui ci viene negato di sentire il dialogo) all'improvviso abbandono da parte del ragazzo mentre la seconda gli parla dell'Iraq del quale lui afferma di disinteressarsi totalmente. Ma è, come dicevamo, il mondo degli adulti quello che finisce con l'essere più distante.
Alex ha i genitori che si stanno lasciando ma la sua condizione economica non è deprivata. Gli manca però quello di cui avrebbe più urgenza: una guida. Quando il padre ipertatuato gli chiede di dirgli di cosa ha bisogno per evitare a lui e al fratello minore il trauma della separazione il silenzio di Alex è eloquente più di ogni parola. Necessita di un padre e di una madre che sappiano capire di cosa ha veramente bisogno. Senza chiederglielo. In un microcosmo in cui la leggerezza delle evoluzioni sullo skateboard viene colta dalla macchina da presa in tutta la sua plasticità e la coscienza di sé come esseri umani in formazione che rischia di perdersi. Trasformando quella leggerezza in un peso difficile da scrollarsi di dosso e di cui si finge di non avvertire la presenza. Camminando in corridoi deserti che sembrano non avere mai fine.[/img]

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lun dic 17, 2007 2:18 pm
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Nella valle di Elah

Hank Deerfield (l'imperturbabile Tommy Lee Jones), un veterano del Vietnam maniaco dell'ordine e patriota devoto, parte alle ricerca del figlio Mike, tornato dall'Iraq da appena una settimana e misteriosamente scomparso. Dopo le prime infruttifere ricerche – e grazie all'aiuto dell'ispettore Emily Sanders (la perfetta Charlize Theron), vessata dai colleghi e costretta a occuparsi di piccoli casi irrisolti - il cadavere del giovane soldato viene ritrovato in una zona militare, fatto brutalmente a pezzi e con segni visibili di bruciature.
L'universo della famiglia Deerfield cade a pezzi, punito per la seconda volta con la scomparsa di un figlio, scardinando le convinzioni etiche e morali dell'orgoglioso militare in pensione, convinzioni che iniziano a vacillare mano a mano che la verità sull'efferato delitto salta fuori.
Il ritorno di Paul Haggis alla regia, Oscar alla sceneggiatura per Crash – Contatto fisico, è di quelli che non passano inosservati. Una penna impeccabile che muove delicatamente la macchina da presa, una storia che mette in gioco tutto: paure, veleni, ingiustizie, scomode verità e tanto orgoglio ferito.
Una costruzione narrativa che non può essere scalfita sotto nessun punto di vista: intreccio, pathos, commozione, citazioni bibliche (il titolo riprende l'episodio biblico fra Davide e Golia consumatosi nella valle di Elah), sono impeccabili e rendono il film privo di qualsivoglia smagliatura. Ed è proprio questa innata perfezione, questo classico dai toni sommessi che arriva fino alle viscere di un pubblico di larghissimo consumo, che suscita, se non delle perplessità, almeno delle domande. La perfezione non è di questo mondo e Haggis lo sa. Cavalcare l'onda di un disagio, come quello che l'America più progressista vive nel (com)piangere i proprio soldati, è quantomeno sospetto. L'antimilitarismo, come l'antirazzismo delineato in Crash, tocca le corde dell'attualità più scottante, legittima prevedibili cambi governativi, gioca con le atrocità della guerra e lancia, infine, un messaggio d'aiuto - altro che pace! - che non può che suscitare l'applauso delle platee di ogni latitudine. Ed è qui, in questa corsa all'impazzata verso il cuore di ognuno di noi, che Haggis incappa nella stessa trappola che tende allo spettatore. Una genuinità così costruita che non lascia il tempo e lo spazio per riflettere davvero su ciò che veramente è stato e su ciò che sarà. Magari dieci anni fa sarebbe stato diverso, ma per ora, quel che è certo, è un posto assicurato nella valle degli Oscar.

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lun dic 17, 2007 2:20 pm
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