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MasterLupo
Iscritto il: mer gen 12, 2005 8:24 pm Messaggi: 7824 Località: Pisa et Guardiae Longobardorum
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 SIBILIA SUPERSTAR
Sibilia Superstar
Quando l'Avellino fu promosso in Serie A per la prima volta, molti giornalisti non poterono trattenersi un sorrisetto di scherno, sicuri che la società irpina sarebbe retrocessa immediatamente, riscomparendo nella giungla delle categorie minori. Invece la squadra si salvò e rimase in A una prima e una seconda volta. A chi gli domandava: "Presidente, ma come ha fatto?" l'imprenditore Antonio Sibilia ribatteva, con occhio furbo:
"Chi può, può. Chi non può, non può. Io può!"
Per anni, Sibilia ha guidato la società con il piglio di un padre padrone. Avverso ai capelloni, e disprezzando totalmente orecchini, tatuaggi e ogni altro tipo di abbellimento estetico che tanto sembra entusiasmare la gioventù, pretendeva, anzi esigeva da ogni singolo componente della sua truppa un'encomiabile vita da atleta. Ci fu un tempo in cui si appostava davanti all'abitazione di mediani e centrocampisti e, un occhio all'orologio e l'altro al portone, annotava l'ora del loro rientro. Alla speciale sorveglianza non sfuggì nemmeno il portiere Stefano Tacconi, allora ancora lontano dalle glorie juventine. Una volta che Tacconi rincasò alle ventidue, con mezz'ora di ritardo sull'orario d'ordinanza, si vide Sibilia comparirgli improvvisamente dinanzi: il presidente era schizzato da dietro una siepe...
All'Avellino le multe fioccavano. Ma non solo multe. Sibilia era un virtuoso dello schiaffone. Uno, sonorissimo, lo mollò a Vignola, sua adorata creatura, una stella di metà campo che - come Tacconi - sarebbe finito al club bianconero. La colpa di Vignola? Non si atteneva. Deragliava dalla retta via. "Lo schiaffo d'un papà al bambino disubbidiente" spiegò Sibilia alla stampa, con un ghigno pacato.
Nel 1993 fu costretto a lasciare i suoi "bambini" a causa dei guai giudiziari: lo prelevarono all'hotel Gallia di Milano, in piena campagna acquisti, con l'accusa di associazione camorristica. Quella volta lo colse pure un infarto. Seguirono condanne e assoluzioni, e l'anno successivo, riprendendo il suo posto di presidente, dichiarò: "Io all'Avellino sono tornato non per scendere, ma per volare!" Infatti. Lui e la squadra "volarono": dalla serie C alla serie A... per ridiscendere subito alla serie C, in modo altrettanto repentino.
Nel 1995, convocato nel suo ufficio il bomber Luiso, apprezzatissimo sia per le doti di cannoniere che per la sfumatura alta, gli disse: "Segnami quindici gol e ti regalo una Mercedes." Luiso superò se stesso, giocando la migliore stagione della sua vita: mise a segno le quindici reti e attese, già immaginandosi al volante di una vettura di lusso.
E' ancora lì che attende.
All'inizio della stagione 1996-97, si presenta al cospetto di Sibilia un giovanotto dalle chiome folte: il centravanti argentino Ricatti, già San Lorenzo e Boca Juniors (il club di Maradona). Ricatti aspira a vestire la maglia dell'Avellino, ma per Sibilia la visione di quell'intrico di capelli sul capo del sudamericano è uno shock. Ma come si può! (Soltanto l'anno prima, aveva costretto l'attaccante Minuti a giocare con il cranio rasato a zero.) Dopo essersi ripreso, il presidente dice gelidamente: "Le do ventiquattr'ore di tempo per mettersi in regola con il barbiere. Poi discuteremo di provini e ingaggi. Si ricordi: all'Avellino i capelloni non hanno mai trovato ubicazione." Se è stupito, il centravanti argentino non lo dà a vedere. Replica, prontamente: "Ma presidente, il lunedì i barbieri sono tutti chiusi..." e così la scadenza dell'ultimatum viene posticipata di altre ventiquattr'ore. Pur di giocare in Italia, molti talenti stranieri sarebbero disposti a trasformare la loro testa in una palla di biliardo.
Sibilia non è il primo padre padrone con la sindrome del capellone: già Boniperti aveva un debole per le teste da sergente da marines. Ed Heriberto Herrera vaneggiava di un undici composto unicamente di... cabeze pelate.
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