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IL MALEDETTO 1980... 
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Lupacchiotto
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Messaggio IL MALEDETTO 1980...
Aprirò un topic che per molti sarà doloroso, forse non piacerà, non lo so...io per fortuna quel 23 novembre 1980 nn l'ho vissuto, ma quando lo sento raccontare dai miei genitori o dai miei parenti mi viene la pelle d'oca..vorrei capire i vostri ricordi e le vostre sensazioni ad anni ed anni di distanze..se volete postate pure foto e materiale...


mer giu 13, 2007 8:58 pm
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Anche io per fortuna non l'ho vissuto ma dai racconti dei miei parenti ho capito il dolore e la paura provati in quei momenti

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...L'AVELLINO SIAMO SOLO NOI...

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mer giu 13, 2007 9:07 pm
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fedex ha scritto:
Anche io per fortuna non l'ho vissuto ma dai racconti dei miei parenti ho capito il dolore e la paura provati in quei momenti


Io ho sentito il file audio che circola su internet, in cui si sente il boato del terremoto..è pauroso...però chi l'ha vissuto avrà provato sicuramente sensazioni e paure diverse dalle nostre


mer giu 13, 2007 9:14 pm
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Avevo sei anni, ma è un ricordo vivissimo.
Stavo a casa di mia nonna, guardavo i cartoni animati quando all'improvviso andò via l'energia elettrica. Un attimo dopo un boato, tanto che mia nonna pensò che fosse scoppiata la bombola del gas. Quando si rese conto di cosa succedeva mi portò fuori nel giardino. Poco dopo un vicino di casa venne a prenderci e ci riunimmo in piazza dove già cerano tantissime persone. Dopo circa un'oretta arrivò mio padre, che si trovava dall'altra nonna, camminando al buio e tra le macerie, per venire a vedere come stavamo, ma dovette andar via subito per iniziare le operazioni di soccorso (all'epoca era il comandante dei vigili urbani). Trascorsi quella notte in una 600, con le scosse di assestamento che ci tormentavano. Posso assicurare che è stata un'esperienza terribile che difficilmente chi l'ha provata riuscirà a cancellarla dalla memoria.
Ma il popolo irpino (e non gli amministratori) ha dimostrato di sapersi rialzare da quell'immane tragedia.

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IRPINO INSIDE


mer giu 13, 2007 9:50 pm
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L'argomento è duro, difficile e doloroso per noi che l'abbiamo vissuto, ma è giusto che anche voi più giovani sappiate.

Di seguito c'è un resoconto di quel giorno che scrissi alcuni anni fa.


gio giu 14, 2007 1:18 am
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Il 23 Novembre 1980 era domenica; una splendida domenica di sole.

Almeno all’apparenza.

L’Avellino quel giorno giocava in casa, contro l’Ascoli, una partita importantissima.
L’anno precedente il calcio italiano era stato travolto dallo scandalo delle scommesse e delle partite truccate.
Un paio di giocatori dell’Avellino erano risultati coinvolti nella faccenda e la nostra squadra aveva subito una penalizzazione di cinque punti, cosa gravissima per una società che, per il terzo anno consecutivo, doveva tentare, tra mille difficoltà, di riuscire a salvarsi.
Per compiere il miracolo, l’Avellino aveva bisogno di sfruttare al massimo il fattore campo, raccogliendo punti soprattutto in casa, contro le dirette concorrenti come l’Ascoli.
I tifosi conoscevano bene l’importanza di quella partita e, vista anche la calda giornata di sole, accorsero numerosi al campo sportivo.

Quel pomeriggio del 23 Novembre 1980, nel sole gioioso ed abbacinante di quello strano lembo d’autunno, almeno venticinquemila persone, provenienti da tutta la provincia, andarono a vedere la strepitosa prestazione di un fantastico Avellino che travolse 4 – 2 un disorientato Ascoli.

Ho rivisto più volte la sintesi di quella partita ed è impossibile non avere i brividi al pensiero che le grida di gioia di tutte quelle persone, qualche ora dopo si sarebbero trasformate in urla di terrore, disperazione e morte.

Anche mio nonno paterno andò a vedere la partita, quella domenica, nello splendido pomeriggio di sole.
Allo stadio incontrò un vecchio amico e, con lui, esultò quattro volte per i goal dell’Avellino, e una per il fischio finale.
Alla fine della partita, assieme all’amico, s’incamminarono placidamente verso casa, mescolati alla folla di entusiasti che ancora sventolavano le bandiere biancoverdi nell’aria calda e immobile.
Arrivati in Piazza Libertà, si trattennero ancora qualche minuto a chiacchierare con le tante persone che erano state anch’esse allo stadio e ancora si scambiavano impressioni e commenti.
Si era ormai all’imbrunire e le strade si andavano riempiendo per il consueto passeggio serale.
Intanto la moglie dell’amico di mio nonno aveva raggiunto il marito in piazza: le loro due figlie erano andate a fare una passeggiata per il Corso e la donna insistette per raggiungerle.
Il marito non ne aveva nessuna voglia: di lì a poco sarebbe iniziato “Novantesimo Minuto” e, quindi, la sintesi di Inter – Juventus, il match clou di quella domenica.
La donna insisteva e i due battibeccarono per un po’, finché non l’ebbe vinta l’uomo.
Si avviarono verso casa e mio nonno li osservò allontanarsi.
Non li avrebbe mai più rivisti.

Ore 19,34 del 23 Novembre 1980: ottanta secondi che attraversano con la velocità di un fulmine centinaia di chilometri, devastando tutto ciò che incontrano, frantumando il fragile tufo delle vecchie case, spaccando il cemento armato delle nuove, distruggendo centri storici, cancellando la memoria storica d’intere comunità, travolgendo i sogni, le speranze e le vite di duemilasettecentottantacinque persone, ferendone almeno altre diecimila, cambiando per sempre la vita di centinaia di migliaia di sopravvissuti.

Come si fa a raccontare una scossa sismica del grado 6,8 della scala Richter?

Come si fa a farlo evitando la retorica, i luoghi comuni e l’umana pietà per le vite spezzate di quasi tremila persone?

Tenterò di farlo attraverso il mio sguardo, attraverso lo sguardo del bambino che fui fino alle 19,33 di quel maledettissimo giorno e che, improvvisamente, smisi di essere circa ottanta secondi dopo.

Ogni domenica sera alle 19 la Rai trasmetteva la sintesi di una partita di serie A.
Il 23 Novembre 1980 era in programma Juventus – Inter, una classica molto attesa.
Mio padre e mio fratello la stavano guardando, mentre mia madre era in cucina: aveva infornato delle castagne che ormai erano quasi pronte.
Anch’io ero in salotto davanti alla tv, ma non stavo guardando la partita.
Sulle ginocchia avevo un catalogo di giocattoli e, finalmente, avevo deciso cosa avrei voluto ricevere per Natale.
Mi ero innamorato di una pistola spaziale e me la rimiravo, immaginando fantastici combattimenti su lontani pianeti contro strani esseri malvagi.
Devo dire che per la testa avevo anche un piccolo, grande problema: stranamente quel fine settimana non ero riuscito a risolvere un compito di matematica assegnatoci per il giorno dopo ed ero un po’ preoccupato.

Il divano su cui stavo seduto era di fronte alla finestra e, sebbene non sia in grado oggi di giurarlo, sono sicuro di aver visto un lampo di rosso violento squarciare il buio del cielo oltre le tende.

Immediatamente giunse il boato, assordante come un tuono violentissimo e tutto cominciò a vibrare, ondeggiare, scuoterci come se ci trovassimo su una spaventosa giostra.

Mia madre, dalla cucina, cominciò ad urlare e tutti e quattro corremmo davanti alla porta di casa, tentando di aprirla.

Non ci riuscivamo: le scosse arrivavano una dietro l’altra, come potentissime onde d’urto che facevano tremare il palazzo, scricchiolare le mura, deformare gli stipiti delle porte.
La porta di casa doveva essersi incastrata e noi tentavamo disperatamente di aprirla mentre intorno a noi tutto sembrava dovesse sbriciolarsi e da ogni punto dell’appartamento giungeva il suono di oggetti di vetro che cadevano spaccandosi in mille pezzi.

In quei momenti mi realizzai che, probabilmente, di lì a poco sarei morto e, so bene che può sembrare assurdo e grottesco ma, mentre il terremoto ci sbatteva da una parte all’altra, la nostra vita sembrava appesa ad un filo e la porta non voleva saperne di aprirsi, non riuscivo a togliermi dalla testa il problema di matematica che non ero riuscito a risolvere.

Quando la violenza delle scosse cominciò ad affievolirsi, finalmente, riuscimmo ad aprire la porta.

Le scale erano affollate dagli altri abitanti del palazzo che fuggivano urlando.
Feci qualche passo sul pianerottolo e poggiai una mano sulla ringhiera: la sentì vibrare forte e compresi che il terremoto non aveva ancora esaurito la sua violenza.
Il panico generale mi coinvolse e cominciai a correre giù per le scale, perdendo una pantofola nella fuga.

Abitavo, e abito tuttora, al quarto piano e, come ho già detto diversi capitoli fa, percorrere le scale durante una scossa sismica è una pura idiozia che può costare davvero cara, ma come puoi essere tanto freddo e cosciente, a dieci anni, da mantenere la calma dopo una scossa del decimo grado della scala Mercalli?

Ricordo che l’unico, nel mio palazzo, che ci riuscì fu un anziano maresciallo dei carabinieri, che viveva al terzo piano e che, fermo come una roccia sul pianerottolo, le braccia alzate, cercò, senza apprezzabili risultati, di calmare la gente terrorizzata che fuggiva.

Nei giorni successivi avrei saputo che il Maresciallo non aveva voluto saperne di abbandonare l’edificio ed era rimasto nel suo appartamento, rifiutando sdegnosamente di accamparsi all’esterno.
La moglie rimase al suo fianco, nonostante il terrore delle frequenti scosse di assestamento che continuavano a susseguirsi.
Il Maresciallo è venuto a mancare diversi anni fa: non lo conoscevo bene ma ricorderò sempre il suo coraggio e la sua figura stagliata in mezzo alle scale nel vano tentativo di calmare la folla terrorizzata.

La discesa delle scale mi sembrò durare un’eternità.
Quando, finalmente, riuscimmo ad arrivare all’esterno, mi sentì come improvvisamente svuotato e rimasi per qualche istante interdetto ad osservare la scena surreale davanti ai nostri occhi.
Grossi blocchi di cemento si erano staccati dall’ultimo piano di un edificio vicino e solo per miracolo non avevano schiacciato qualche passante o gli stessi abitanti in fuga.
Una densa nuvola di polvere ristagnava nell’aria e in mezzo ad essa la gente urlava e fuggiva in preda al panico ed alla disperazione.

Qualcuno urlò di attraversare la strada perché dall’altro lato non c’erano edifici che sarebbero potuti crollare travolgendoci e così facemmo tutti, restando ad osservare per qualche minuto le nostre vite e la nostra banale e rassicurante normalità, che erano rimaste dalla parte opposta della strada.
La confusione era totale e nessuno realizzava con precisione cosa diavolo potesse essere accaduto.

L’opinione dominante era che si fosse trattato di un terremoto ma, circolavano anche voci secondo le quali si era trattato dell’esplosione di un potentissimo ordigno a scopo d'attentato e qualcuno sosteneva che poteva trattarsi di un’eruzione del Vesuvio, ipotesi particolarmente assurda, vista la distanza di Avellino dall’area vesuviana.

Come ho già detto prima, all’epoca non esisteva una piena consapevolezza del rischio sismico in Irpinia e tutti furono colti totalmente impreparati.
Non solo non esistevano piani di sicurezza in caso di calamità naturali, ma non c’erano nemmeno mappe del rischio sismico e la popolazione, di conseguenza, non era informata sui comportamenti da attuare in caso di terremoto.
Inoltre bisogna considerare che nel 1980 i sistemi di comunicazione non erano quelli attuali: i telefoni cellulari e internet esistevano solo nelle pagine di qualche scrittore di fantascienza particolarmente creativo.
Le notizie viaggiavano sopratutto attraverso i giornali e i notiziari Rai e, a parte che di lì a poco sarebbe mancata la corrente per quasi tutta la notte, chi diavolo poteva avere il coraggio di tornare in casa a guardare il telegiornale?

Così le voci, trasportate nel vento del passaparola ed alimentate dall’impreparazione e dall’ignoranza, si susseguivano incontrollate.
Cominciò a circolare la diceria che mezza città fosse stata rasa al suolo e qualcuno sosteneva addirittura che presto sarebbe arrivata la cenere e la lava dell’eruzione vulcanica.
La gente cominciò ad organizzarsi per creare un accampamento di fortuna in un campo di calcetto di una scuola vicina e i miei genitori decisero che ci saremmo rifugiati da mia nonna in campagna.
Prima, però, sarebbe stato necessario tornare in casa a recuperare qualche soldo e un po’ di vestiti, giacché eravamo corsi fuori in maglietta e pantofole.
La scossa era terminata dieci minuti prima e l’idea di risalire le quattro rampe di scale del nostro palazzo ormai deserto, con la spada di Damocle di una nuova scossa sospesa sulla testa, era semplicemente terrorizzante.
Per fortuna nessuno pretese atti d'eroismo da un bambino di dieci anni e così furono mio padre e mio fratello, allora diciassettenne, ad affrontare l’impresa.
Io rimasi con mia madre ad aspettare giù, vergognandomi come un cane di non essere abbastanza grande e coraggioso per salire quelle scale.

Ricordo che osai solo entrare nel portone e osservare, lungo la tromba, le figure dei miei che salivano lentamente i gradini, terrorizzato dall’idea che potesse arrivare una nuova scossa.

Sopra successe un piccolo miracolo: durante la fuga mio padre si era chiuso la porta alle spalle senza pensare a prendere le chiavi e, in sostanza, eravamo rimasti chiusi fuori.
Forse a causa delle scosse, la porta non si era evidentemente chiusa del tutto, e i miei, con una semplice spallata, poterono entrare a recuperare un po’ di roba e a staccare acqua, luce e gas.
Dopo un’attesa che mi sembrò interminabile, mio padre e mio fratello finalmente ridiscesero e mia madre ed io potemmo tirare un sospiro di sollievo.

Immediatamente dopo, però, dovemmo di nuovo trattenere il fiato, perché mio padre dovette scendere nel garage a recuperare la macchina.
Il garage si trovava nei sotterranei di un palazzo vicino e occorrevano un po’ di manovre per uscire dal minuscolo posto auto schiacciato tra il muro ed un pilastro.
Con il cuore in gola attendemmo il ritorno di mio padre e ci tranquillizzammo solo quando vedemmo sbucare dal vicolo gl’inconfondibili fari rotondi della nostra Fiat 850 grigia.
Il traffico intanto era impazzito, con famiglie dirette fuori città o a cercare i propri cari e ci mettemmo un’eternità a percorrere i pochi chilometri verso casa della nonna.

Lungo la strada un cartellone pubblicitario avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata in programma, alla periferia della città, l’apertura di un nuovo grande centro commerciale, il primo ad arrivare in Irpinia, e tutta la popolazione era stata invitata alla festa per l’inaugurazione.
Temo proprio che abbiano dovuto rimandarla.

La cosa più assurda di un terremoto è che non colpisce tutti allo stesso modo.
Due persone sono nello stesso appartamento e stanno guardando la tv: uno dei due va in bagno e si salva la vita mentre mezza casa crolla e l’altra persona muore.
Un tizio passeggia per strada e sopravvive perché intanto la sua casa sta venendo giù.
Un altro tizio passeggia per strada e muore perché un palazzo gli crolla addosso mentre casa sua, invece, non ha subito il minimo danno.

Così è la vita.

Le variazioni sul tema sono infinite.
Prendete per esempio mia nonna Emilia: lei il terremoto del 23 Novembre 1980, grado 6,8 della scala Richter, dieci della scala Mercalli, duemilasettecentottantacinque morti, quasi diecimila feriti, circa trecentomila senzatetto, non l’ha nemmeno sentito.

Quando, finalmente, riuscimmo a raggiungere casa sua in campagna, la trovammo placida e tranquilla, come se niente fosse accaduto.

Ci raccontò che nel momento della scossa si trovava in visita a casa di parenti assieme al figlio minore, all’epoca poliziotto in servizio alla questura di Avellino.
Ad un certo punto, mentre stavano chiacchierando placidamente attorno a un tavolo, tutti erano saltati in piedi gridando ed erano fuggiti dall’appartamento, lasciando mia nonna a chiedersi, perplessa, il perché di tutto quel trambusto.
Con somma tranquillità li aveva seguiti all’esterno dell’edificio e lì, fra la gente che fuggiva e gridava, vide, attraverso le finestre illuminate, i lampadari che dondolavano nelle case e comprese finalmente cosa fosse successo.

Mia nonna, però, non fu l’unica a non avvertire il terremoto.

Molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla finché non scesero dall’auto e chiesero candidamente a qualcuno il motivo di tutta quella confusione; mentre molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla ugualmente, ma morirono, travolti dalle macerie di palazzi che vennero giù in un soffio, come castelli di carte.

Così è la vita.

E la morte.

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"Remembering you standing quiet in the rain as I ran to your heart to be near" - The Cure "Pictures of You"


gio giu 14, 2007 1:27 am
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io nn l'ho vissuto ma dai racconti dei miei genitori nn sei l'unico ke ha visto il cielo rosso!!!...mio padre e mia madre erano x il corso e avvertirono nitidamente la scossa..la buonanima di mio nonno era in giro x strada e quando mio padre riusci ad arrivare lo trovò placidamente seduto sulla panchina sotto casa come se niente fosse successo.. era un grande mio nonno aveva una calma disarmante di fronte a tutto

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Nemmeno io c'ero il 23 Novembre 1980,quello che so è grazie ai miei genitori,mio padre(è di Sant'Angelo dei Lombardi)purtroppo in quella "tragica sera" perse la madre,un fratello e una sorella!


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Lone ha scritto:
Il 23 Novembre 1980 era domenica; una splendida domenica di sole.

Almeno all’apparenza.

L’Avellino quel giorno giocava in casa, contro l’Ascoli, una partita importantissima.
L’anno precedente il calcio italiano era stato travolto dallo scandalo delle scommesse e delle partite truccate.
Un paio di giocatori dell’Avellino erano risultati coinvolti nella faccenda e la nostra squadra aveva subito una penalizzazione di cinque punti, cosa gravissima per una società che, per il terzo anno consecutivo, doveva tentare, tra mille difficoltà, di riuscire a salvarsi.
Per compiere il miracolo, l’Avellino aveva bisogno di sfruttare al massimo il fattore campo, raccogliendo punti soprattutto in casa, contro le dirette concorrenti come l’Ascoli.
I tifosi conoscevano bene l’importanza di quella partita e, vista anche la calda giornata di sole, accorsero numerosi al campo sportivo.

Quel pomeriggio del 23 Novembre 1980, nel sole gioioso ed abbacinante di quello strano lembo d’autunno, almeno venticinquemila persone, provenienti da tutta la provincia, andarono a vedere la strepitosa prestazione di un fantastico Avellino che travolse 4 – 2 un disorientato Ascoli.

Ho rivisto più volte la sintesi di quella partita ed è impossibile non avere i brividi al pensiero che le grida di gioia di tutte quelle persone, qualche ora dopo si sarebbero trasformate in urla di terrore, disperazione e morte.

Anche mio nonno paterno andò a vedere la partita, quella domenica, nello splendido pomeriggio di sole.
Allo stadio incontrò un vecchio amico e, con lui, esultò quattro volte per i goal dell’Avellino, e una per il fischio finale.
Alla fine della partita, assieme all’amico, s’incamminarono placidamente verso casa, mescolati alla folla di entusiasti che ancora sventolavano le bandiere biancoverdi nell’aria calda e immobile.
Arrivati in Piazza Libertà, si trattennero ancora qualche minuto a chiacchierare con le tante persone che erano state anch’esse allo stadio e ancora si scambiavano impressioni e commenti.
Si era ormai all’imbrunire e le strade si andavano riempiendo per il consueto passeggio serale.
Intanto la moglie dell’amico di mio nonno aveva raggiunto il marito in piazza: le loro due figlie erano andate a fare una passeggiata per il Corso e la donna insistette per raggiungerle.
Il marito non ne aveva nessuna voglia: di lì a poco sarebbe iniziato “Novantesimo Minuto” e, quindi, la sintesi di Inter – Juventus, il match clou di quella domenica.
La donna insisteva e i due battibeccarono per un po’, finché non l’ebbe vinta l’uomo.
Si avviarono verso casa e mio nonno li osservò allontanarsi.
Non li avrebbe mai più rivisti.

Ore 19,34 del 23 Novembre 1980: ottanta secondi che attraversano con la velocità di un fulmine centinaia di chilometri, devastando tutto ciò che incontrano, frantumando il fragile tufo delle vecchie case, spaccando il cemento armato delle nuove, distruggendo centri storici, cancellando la memoria storica d’intere comunità, travolgendo i sogni, le speranze e le vite di duemilasettecentottantacinque persone, ferendone almeno altre diecimila, cambiando per sempre la vita di centinaia di migliaia di sopravvissuti.

Come si fa a raccontare una scossa sismica del grado 6,8 della scala Richter?

Come si fa a farlo evitando la retorica, i luoghi comuni e l’umana pietà per le vite spezzate di quasi tremila persone?

Tenterò di farlo attraverso il mio sguardo, attraverso lo sguardo del bambino che fui fino alle 19,33 di quel maledettissimo giorno e che, improvvisamente, smisi di essere circa ottanta secondi dopo.

Ogni domenica sera alle 19 la Rai trasmetteva la sintesi di una partita di serie A.
Il 23 Novembre 1980 era in programma Juventus – Inter, una classica molto attesa.
Mio padre e mio fratello la stavano guardando, mentre mia madre era in cucina: aveva infornato delle castagne che ormai erano quasi pronte.
Anch’io ero in salotto davanti alla tv, ma non stavo guardando la partita.
Sulle ginocchia avevo un catalogo di giocattoli e, finalmente, avevo deciso cosa avrei voluto ricevere per Natale.
Mi ero innamorato di una pistola spaziale e me la rimiravo, immaginando fantastici combattimenti su lontani pianeti contro strani esseri malvagi.
Devo dire che per la testa avevo anche un piccolo, grande problema: stranamente quel fine settimana non ero riuscito a risolvere un compito di matematica assegnatoci per il giorno dopo ed ero un po’ preoccupato.

Il divano su cui stavo seduto era di fronte alla finestra e, sebbene non sia in grado oggi di giurarlo, sono sicuro di aver visto un lampo di rosso violento squarciare il buio del cielo oltre le tende.

Immediatamente giunse il boato, assordante come un tuono violentissimo e tutto cominciò a vibrare, ondeggiare, scuoterci come se ci trovassimo su una spaventosa giostra.

Mia madre, dalla cucina, cominciò ad urlare e tutti e quattro corremmo davanti alla porta di casa, tentando di aprirla.

Non ci riuscivamo: le scosse arrivavano una dietro l’altra, come potentissime onde d’urto che facevano tremare il palazzo, scricchiolare le mura, deformare gli stipiti delle porte.
La porta di casa doveva essersi incastrata e noi tentavamo disperatamente di aprirla mentre intorno a noi tutto sembrava dovesse sbriciolarsi e da ogni punto dell’appartamento giungeva il suono di oggetti di vetro che cadevano spaccandosi in mille pezzi.

In quei momenti mi realizzai che, probabilmente, di lì a poco sarei morto e, so bene che può sembrare assurdo e grottesco ma, mentre il terremoto ci sbatteva da una parte all’altra, la nostra vita sembrava appesa ad un filo e la porta non voleva saperne di aprirsi, non riuscivo a togliermi dalla testa il problema di matematica che non ero riuscito a risolvere.

Quando la violenza delle scosse cominciò ad affievolirsi, finalmente, riuscimmo ad aprire la porta.

Le scale erano affollate dagli altri abitanti del palazzo che fuggivano urlando.
Feci qualche passo sul pianerottolo e poggiai una mano sulla ringhiera: la sentì vibrare forte e compresi che il terremoto non aveva ancora esaurito la sua violenza.
Il panico generale mi coinvolse e cominciai a correre giù per le scale, perdendo una pantofola nella fuga.

Abitavo, e abito tuttora, al quarto piano e, come ho già detto diversi capitoli fa, percorrere le scale durante una scossa sismica è una pura idiozia che può costare davvero cara, ma come puoi essere tanto freddo e cosciente, a dieci anni, da mantenere la calma dopo una scossa del decimo grado della scala Mercalli?

Ricordo che l’unico, nel mio palazzo, che ci riuscì fu un anziano maresciallo dei carabinieri, che viveva al terzo piano e che, fermo come una roccia sul pianerottolo, le braccia alzate, cercò, senza apprezzabili risultati, di calmare la gente terrorizzata che fuggiva.

Nei giorni successivi avrei saputo che il Maresciallo non aveva voluto saperne di abbandonare l’edificio ed era rimasto nel suo appartamento, rifiutando sdegnosamente di accamparsi all’esterno.
La moglie rimase al suo fianco, nonostante il terrore delle frequenti scosse di assestamento che continuavano a susseguirsi.
Il Maresciallo è venuto a mancare diversi anni fa: non lo conoscevo bene ma ricorderò sempre il suo coraggio e la sua figura stagliata in mezzo alle scale nel vano tentativo di calmare la folla terrorizzata.

La discesa delle scale mi sembrò durare un’eternità.
Quando, finalmente, riuscimmo ad arrivare all’esterno, mi sentì come improvvisamente svuotato e rimasi per qualche istante interdetto ad osservare la scena surreale davanti ai nostri occhi.
Grossi blocchi di cemento si erano staccati dall’ultimo piano di un edificio vicino e solo per miracolo non avevano schiacciato qualche passante o gli stessi abitanti in fuga.
Una densa nuvola di polvere ristagnava nell’aria e in mezzo ad essa la gente urlava e fuggiva in preda al panico ed alla disperazione.

Qualcuno urlò di attraversare la strada perché dall’altro lato non c’erano edifici che sarebbero potuti crollare travolgendoci e così facemmo tutti, restando ad osservare per qualche minuto le nostre vite e la nostra banale e rassicurante normalità, che erano rimaste dalla parte opposta della strada.
La confusione era totale e nessuno realizzava con precisione cosa diavolo potesse essere accaduto.

L’opinione dominante era che si fosse trattato di un terremoto ma, circolavano anche voci secondo le quali si era trattato dell’esplosione di un potentissimo ordigno a scopo d'attentato e qualcuno sosteneva che poteva trattarsi di un’eruzione del Vesuvio, ipotesi particolarmente assurda, vista la distanza di Avellino dall’area vesuviana.

Come ho già detto prima, all’epoca non esisteva una piena consapevolezza del rischio sismico in Irpinia e tutti furono colti totalmente impreparati.
Non solo non esistevano piani di sicurezza in caso di calamità naturali, ma non c’erano nemmeno mappe del rischio sismico e la popolazione, di conseguenza, non era informata sui comportamenti da attuare in caso di terremoto.
Inoltre bisogna considerare che nel 1980 i sistemi di comunicazione non erano quelli attuali: i telefoni cellulari e internet esistevano solo nelle pagine di qualche scrittore di fantascienza particolarmente creativo.
Le notizie viaggiavano sopratutto attraverso i giornali e i notiziari Rai e, a parte che di lì a poco sarebbe mancata la corrente per quasi tutta la notte, chi diavolo poteva avere il coraggio di tornare in casa a guardare il telegiornale?

Così le voci, trasportate nel vento del passaparola ed alimentate dall’impreparazione e dall’ignoranza, si susseguivano incontrollate.
Cominciò a circolare la diceria che mezza città fosse stata rasa al suolo e qualcuno sosteneva addirittura che presto sarebbe arrivata la cenere e la lava dell’eruzione vulcanica.
La gente cominciò ad organizzarsi per creare un accampamento di fortuna in un campo di calcetto di una scuola vicina e i miei genitori decisero che ci saremmo rifugiati da mia nonna in campagna.
Prima, però, sarebbe stato necessario tornare in casa a recuperare qualche soldo e un po’ di vestiti, giacché eravamo corsi fuori in maglietta e pantofole.
La scossa era terminata dieci minuti prima e l’idea di risalire le quattro rampe di scale del nostro palazzo ormai deserto, con la spada di Damocle di una nuova scossa sospesa sulla testa, era semplicemente terrorizzante.
Per fortuna nessuno pretese atti d'eroismo da un bambino di dieci anni e così furono mio padre e mio fratello, allora diciassettenne, ad affrontare l’impresa.
Io rimasi con mia madre ad aspettare giù, vergognandomi come un cane di non essere abbastanza grande e coraggioso per salire quelle scale.

Ricordo che osai solo entrare nel portone e osservare, lungo la tromba, le figure dei miei che salivano lentamente i gradini, terrorizzato dall’idea che potesse arrivare una nuova scossa.

Sopra successe un piccolo miracolo: durante la fuga mio padre si era chiuso la porta alle spalle senza pensare a prendere le chiavi e, in sostanza, eravamo rimasti chiusi fuori.
Forse a causa delle scosse, la porta non si era evidentemente chiusa del tutto, e i miei, con una semplice spallata, poterono entrare a recuperare un po’ di roba e a staccare acqua, luce e gas.
Dopo un’attesa che mi sembrò interminabile, mio padre e mio fratello finalmente ridiscesero e mia madre ed io potemmo tirare un sospiro di sollievo.

Immediatamente dopo, però, dovemmo di nuovo trattenere il fiato, perché mio padre dovette scendere nel garage a recuperare la macchina.
Il garage si trovava nei sotterranei di un palazzo vicino e occorrevano un po’ di manovre per uscire dal minuscolo posto auto schiacciato tra il muro ed un pilastro.
Con il cuore in gola attendemmo il ritorno di mio padre e ci tranquillizzammo solo quando vedemmo sbucare dal vicolo gl’inconfondibili fari rotondi della nostra Fiat 850 grigia.
Il traffico intanto era impazzito, con famiglie dirette fuori città o a cercare i propri cari e ci mettemmo un’eternità a percorrere i pochi chilometri verso casa della nonna.

Lungo la strada un cartellone pubblicitario avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata in programma, alla periferia della città, l’apertura di un nuovo grande centro commerciale, il primo ad arrivare in Irpinia, e tutta la popolazione era stata invitata alla festa per l’inaugurazione.
Temo proprio che abbiano dovuto rimandarla.

La cosa più assurda di un terremoto è che non colpisce tutti allo stesso modo.
Due persone sono nello stesso appartamento e stanno guardando la tv: uno dei due va in bagno e si salva la vita mentre mezza casa crolla e l’altra persona muore.
Un tizio passeggia per strada e sopravvive perché intanto la sua casa sta venendo giù.
Un altro tizio passeggia per strada e muore perché un palazzo gli crolla addosso mentre casa sua, invece, non ha subito il minimo danno.

Così è la vita.

Le variazioni sul tema sono infinite.
Prendete per esempio mia nonna Emilia: lei il terremoto del 23 Novembre 1980, grado 6,8 della scala Richter, dieci della scala Mercalli, duemilasettecentottantacinque morti, quasi diecimila feriti, circa trecentomila senzatetto, non l’ha nemmeno sentito.

Quando, finalmente, riuscimmo a raggiungere casa sua in campagna, la trovammo placida e tranquilla, come se niente fosse accaduto.

Ci raccontò che nel momento della scossa si trovava in visita a casa di parenti assieme al figlio minore, all’epoca poliziotto in servizio alla questura di Avellino.
Ad un certo punto, mentre stavano chiacchierando placidamente attorno a un tavolo, tutti erano saltati in piedi gridando ed erano fuggiti dall’appartamento, lasciando mia nonna a chiedersi, perplessa, il perché di tutto quel trambusto.
Con somma tranquillità li aveva seguiti all’esterno dell’edificio e lì, fra la gente che fuggiva e gridava, vide, attraverso le finestre illuminate, i lampadari che dondolavano nelle case e comprese finalmente cosa fosse successo.

Mia nonna, però, non fu l’unica a non avvertire il terremoto.

Molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla finché non scesero dall’auto e chiesero candidamente a qualcuno il motivo di tutta quella confusione; mentre molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla ugualmente, ma morirono, travolti dalle macerie di palazzi che vennero giù in un soffio, come castelli di carte.

Così è la vita.

E la morte.


Mi hai fatto venire le lacrime agli occhi..più di quando me lo racconta mia madre... :cry:


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WHITEGREEN ha scritto:
Lone ha scritto:
Il 23 Novembre 1980 era domenica; una splendida domenica di sole.

Almeno all’apparenza.

L’Avellino quel giorno giocava in casa, contro l’Ascoli, una partita importantissima.
L’anno precedente il calcio italiano era stato travolto dallo scandalo delle scommesse e delle partite truccate.
Un paio di giocatori dell’Avellino erano risultati coinvolti nella faccenda e la nostra squadra aveva subito una penalizzazione di cinque punti, cosa gravissima per una società che, per il terzo anno consecutivo, doveva tentare, tra mille difficoltà, di riuscire a salvarsi.
Per compiere il miracolo, l’Avellino aveva bisogno di sfruttare al massimo il fattore campo, raccogliendo punti soprattutto in casa, contro le dirette concorrenti come l’Ascoli.
I tifosi conoscevano bene l’importanza di quella partita e, vista anche la calda giornata di sole, accorsero numerosi al campo sportivo.

Quel pomeriggio del 23 Novembre 1980, nel sole gioioso ed abbacinante di quello strano lembo d’autunno, almeno venticinquemila persone, provenienti da tutta la provincia, andarono a vedere la strepitosa prestazione di un fantastico Avellino che travolse 4 – 2 un disorientato Ascoli.

Ho rivisto più volte la sintesi di quella partita ed è impossibile non avere i brividi al pensiero che le grida di gioia di tutte quelle persone, qualche ora dopo si sarebbero trasformate in urla di terrore, disperazione e morte.

Anche mio nonno paterno andò a vedere la partita, quella domenica, nello splendido pomeriggio di sole.
Allo stadio incontrò un vecchio amico e, con lui, esultò quattro volte per i goal dell’Avellino, e una per il fischio finale.
Alla fine della partita, assieme all’amico, s’incamminarono placidamente verso casa, mescolati alla folla di entusiasti che ancora sventolavano le bandiere biancoverdi nell’aria calda e immobile.
Arrivati in Piazza Libertà, si trattennero ancora qualche minuto a chiacchierare con le tante persone che erano state anch’esse allo stadio e ancora si scambiavano impressioni e commenti.
Si era ormai all’imbrunire e le strade si andavano riempiendo per il consueto passeggio serale.
Intanto la moglie dell’amico di mio nonno aveva raggiunto il marito in piazza: le loro due figlie erano andate a fare una passeggiata per il Corso e la donna insistette per raggiungerle.
Il marito non ne aveva nessuna voglia: di lì a poco sarebbe iniziato “Novantesimo Minuto” e, quindi, la sintesi di Inter – Juventus, il match clou di quella domenica.
La donna insisteva e i due battibeccarono per un po’, finché non l’ebbe vinta l’uomo.
Si avviarono verso casa e mio nonno li osservò allontanarsi.
Non li avrebbe mai più rivisti.

Ore 19,34 del 23 Novembre 1980: ottanta secondi che attraversano con la velocità di un fulmine centinaia di chilometri, devastando tutto ciò che incontrano, frantumando il fragile tufo delle vecchie case, spaccando il cemento armato delle nuove, distruggendo centri storici, cancellando la memoria storica d’intere comunità, travolgendo i sogni, le speranze e le vite di duemilasettecentottantacinque persone, ferendone almeno altre diecimila, cambiando per sempre la vita di centinaia di migliaia di sopravvissuti.

Come si fa a raccontare una scossa sismica del grado 6,8 della scala Richter?

Come si fa a farlo evitando la retorica, i luoghi comuni e l’umana pietà per le vite spezzate di quasi tremila persone?

Tenterò di farlo attraverso il mio sguardo, attraverso lo sguardo del bambino che fui fino alle 19,33 di quel maledettissimo giorno e che, improvvisamente, smisi di essere circa ottanta secondi dopo.

Ogni domenica sera alle 19 la Rai trasmetteva la sintesi di una partita di serie A.
Il 23 Novembre 1980 era in programma Juventus – Inter, una classica molto attesa.
Mio padre e mio fratello la stavano guardando, mentre mia madre era in cucina: aveva infornato delle castagne che ormai erano quasi pronte.
Anch’io ero in salotto davanti alla tv, ma non stavo guardando la partita.
Sulle ginocchia avevo un catalogo di giocattoli e, finalmente, avevo deciso cosa avrei voluto ricevere per Natale.
Mi ero innamorato di una pistola spaziale e me la rimiravo, immaginando fantastici combattimenti su lontani pianeti contro strani esseri malvagi.
Devo dire che per la testa avevo anche un piccolo, grande problema: stranamente quel fine settimana non ero riuscito a risolvere un compito di matematica assegnatoci per il giorno dopo ed ero un po’ preoccupato.

Il divano su cui stavo seduto era di fronte alla finestra e, sebbene non sia in grado oggi di giurarlo, sono sicuro di aver visto un lampo di rosso violento squarciare il buio del cielo oltre le tende.

Immediatamente giunse il boato, assordante come un tuono violentissimo e tutto cominciò a vibrare, ondeggiare, scuoterci come se ci trovassimo su una spaventosa giostra.

Mia madre, dalla cucina, cominciò ad urlare e tutti e quattro corremmo davanti alla porta di casa, tentando di aprirla.

Non ci riuscivamo: le scosse arrivavano una dietro l’altra, come potentissime onde d’urto che facevano tremare il palazzo, scricchiolare le mura, deformare gli stipiti delle porte.
La porta di casa doveva essersi incastrata e noi tentavamo disperatamente di aprirla mentre intorno a noi tutto sembrava dovesse sbriciolarsi e da ogni punto dell’appartamento giungeva il suono di oggetti di vetro che cadevano spaccandosi in mille pezzi.

In quei momenti mi realizzai che, probabilmente, di lì a poco sarei morto e, so bene che può sembrare assurdo e grottesco ma, mentre il terremoto ci sbatteva da una parte all’altra, la nostra vita sembrava appesa ad un filo e la porta non voleva saperne di aprirsi, non riuscivo a togliermi dalla testa il problema di matematica che non ero riuscito a risolvere.

Quando la violenza delle scosse cominciò ad affievolirsi, finalmente, riuscimmo ad aprire la porta.

Le scale erano affollate dagli altri abitanti del palazzo che fuggivano urlando.
Feci qualche passo sul pianerottolo e poggiai una mano sulla ringhiera: la sentì vibrare forte e compresi che il terremoto non aveva ancora esaurito la sua violenza.
Il panico generale mi coinvolse e cominciai a correre giù per le scale, perdendo una pantofola nella fuga.

Abitavo, e abito tuttora, al quarto piano e, come ho già detto diversi capitoli fa, percorrere le scale durante una scossa sismica è una pura idiozia che può costare davvero cara, ma come puoi essere tanto freddo e cosciente, a dieci anni, da mantenere la calma dopo una scossa del decimo grado della scala Mercalli?

Ricordo che l’unico, nel mio palazzo, che ci riuscì fu un anziano maresciallo dei carabinieri, che viveva al terzo piano e che, fermo come una roccia sul pianerottolo, le braccia alzate, cercò, senza apprezzabili risultati, di calmare la gente terrorizzata che fuggiva.

Nei giorni successivi avrei saputo che il Maresciallo non aveva voluto saperne di abbandonare l’edificio ed era rimasto nel suo appartamento, rifiutando sdegnosamente di accamparsi all’esterno.
La moglie rimase al suo fianco, nonostante il terrore delle frequenti scosse di assestamento che continuavano a susseguirsi.
Il Maresciallo è venuto a mancare diversi anni fa: non lo conoscevo bene ma ricorderò sempre il suo coraggio e la sua figura stagliata in mezzo alle scale nel vano tentativo di calmare la folla terrorizzata.

La discesa delle scale mi sembrò durare un’eternità.
Quando, finalmente, riuscimmo ad arrivare all’esterno, mi sentì come improvvisamente svuotato e rimasi per qualche istante interdetto ad osservare la scena surreale davanti ai nostri occhi.
Grossi blocchi di cemento si erano staccati dall’ultimo piano di un edificio vicino e solo per miracolo non avevano schiacciato qualche passante o gli stessi abitanti in fuga.
Una densa nuvola di polvere ristagnava nell’aria e in mezzo ad essa la gente urlava e fuggiva in preda al panico ed alla disperazione.

Qualcuno urlò di attraversare la strada perché dall’altro lato non c’erano edifici che sarebbero potuti crollare travolgendoci e così facemmo tutti, restando ad osservare per qualche minuto le nostre vite e la nostra banale e rassicurante normalità, che erano rimaste dalla parte opposta della strada.
La confusione era totale e nessuno realizzava con precisione cosa diavolo potesse essere accaduto.

L’opinione dominante era che si fosse trattato di un terremoto ma, circolavano anche voci secondo le quali si era trattato dell’esplosione di un potentissimo ordigno a scopo d'attentato e qualcuno sosteneva che poteva trattarsi di un’eruzione del Vesuvio, ipotesi particolarmente assurda, vista la distanza di Avellino dall’area vesuviana.

Come ho già detto prima, all’epoca non esisteva una piena consapevolezza del rischio sismico in Irpinia e tutti furono colti totalmente impreparati.
Non solo non esistevano piani di sicurezza in caso di calamità naturali, ma non c’erano nemmeno mappe del rischio sismico e la popolazione, di conseguenza, non era informata sui comportamenti da attuare in caso di terremoto.
Inoltre bisogna considerare che nel 1980 i sistemi di comunicazione non erano quelli attuali: i telefoni cellulari e internet esistevano solo nelle pagine di qualche scrittore di fantascienza particolarmente creativo.
Le notizie viaggiavano sopratutto attraverso i giornali e i notiziari Rai e, a parte che di lì a poco sarebbe mancata la corrente per quasi tutta la notte, chi diavolo poteva avere il coraggio di tornare in casa a guardare il telegiornale?

Così le voci, trasportate nel vento del passaparola ed alimentate dall’impreparazione e dall’ignoranza, si susseguivano incontrollate.
Cominciò a circolare la diceria che mezza città fosse stata rasa al suolo e qualcuno sosteneva addirittura che presto sarebbe arrivata la cenere e la lava dell’eruzione vulcanica.
La gente cominciò ad organizzarsi per creare un accampamento di fortuna in un campo di calcetto di una scuola vicina e i miei genitori decisero che ci saremmo rifugiati da mia nonna in campagna.
Prima, però, sarebbe stato necessario tornare in casa a recuperare qualche soldo e un po’ di vestiti, giacché eravamo corsi fuori in maglietta e pantofole.
La scossa era terminata dieci minuti prima e l’idea di risalire le quattro rampe di scale del nostro palazzo ormai deserto, con la spada di Damocle di una nuova scossa sospesa sulla testa, era semplicemente terrorizzante.
Per fortuna nessuno pretese atti d'eroismo da un bambino di dieci anni e così furono mio padre e mio fratello, allora diciassettenne, ad affrontare l’impresa.
Io rimasi con mia madre ad aspettare giù, vergognandomi come un cane di non essere abbastanza grande e coraggioso per salire quelle scale.

Ricordo che osai solo entrare nel portone e osservare, lungo la tromba, le figure dei miei che salivano lentamente i gradini, terrorizzato dall’idea che potesse arrivare una nuova scossa.

Sopra successe un piccolo miracolo: durante la fuga mio padre si era chiuso la porta alle spalle senza pensare a prendere le chiavi e, in sostanza, eravamo rimasti chiusi fuori.
Forse a causa delle scosse, la porta non si era evidentemente chiusa del tutto, e i miei, con una semplice spallata, poterono entrare a recuperare un po’ di roba e a staccare acqua, luce e gas.
Dopo un’attesa che mi sembrò interminabile, mio padre e mio fratello finalmente ridiscesero e mia madre ed io potemmo tirare un sospiro di sollievo.

Immediatamente dopo, però, dovemmo di nuovo trattenere il fiato, perché mio padre dovette scendere nel garage a recuperare la macchina.
Il garage si trovava nei sotterranei di un palazzo vicino e occorrevano un po’ di manovre per uscire dal minuscolo posto auto schiacciato tra il muro ed un pilastro.
Con il cuore in gola attendemmo il ritorno di mio padre e ci tranquillizzammo solo quando vedemmo sbucare dal vicolo gl’inconfondibili fari rotondi della nostra Fiat 850 grigia.
Il traffico intanto era impazzito, con famiglie dirette fuori città o a cercare i propri cari e ci mettemmo un’eternità a percorrere i pochi chilometri verso casa della nonna.

Lungo la strada un cartellone pubblicitario avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata in programma, alla periferia della città, l’apertura di un nuovo grande centro commerciale, il primo ad arrivare in Irpinia, e tutta la popolazione era stata invitata alla festa per l’inaugurazione.
Temo proprio che abbiano dovuto rimandarla.

La cosa più assurda di un terremoto è che non colpisce tutti allo stesso modo.
Due persone sono nello stesso appartamento e stanno guardando la tv: uno dei due va in bagno e si salva la vita mentre mezza casa crolla e l’altra persona muore.
Un tizio passeggia per strada e sopravvive perché intanto la sua casa sta venendo giù.
Un altro tizio passeggia per strada e muore perché un palazzo gli crolla addosso mentre casa sua, invece, non ha subito il minimo danno.

Così è la vita.

Le variazioni sul tema sono infinite.
Prendete per esempio mia nonna Emilia: lei il terremoto del 23 Novembre 1980, grado 6,8 della scala Richter, dieci della scala Mercalli, duemilasettecentottantacinque morti, quasi diecimila feriti, circa trecentomila senzatetto, non l’ha nemmeno sentito.

Quando, finalmente, riuscimmo a raggiungere casa sua in campagna, la trovammo placida e tranquilla, come se niente fosse accaduto.

Ci raccontò che nel momento della scossa si trovava in visita a casa di parenti assieme al figlio minore, all’epoca poliziotto in servizio alla questura di Avellino.
Ad un certo punto, mentre stavano chiacchierando placidamente attorno a un tavolo, tutti erano saltati in piedi gridando ed erano fuggiti dall’appartamento, lasciando mia nonna a chiedersi, perplessa, il perché di tutto quel trambusto.
Con somma tranquillità li aveva seguiti all’esterno dell’edificio e lì, fra la gente che fuggiva e gridava, vide, attraverso le finestre illuminate, i lampadari che dondolavano nelle case e comprese finalmente cosa fosse successo.

Mia nonna, però, non fu l’unica a non avvertire il terremoto.

Molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla finché non scesero dall’auto e chiesero candidamente a qualcuno il motivo di tutta quella confusione; mentre molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla ugualmente, ma morirono, travolti dalle macerie di palazzi che vennero giù in un soffio, come castelli di carte.

Così è la vita.

E la morte.


Mi hai fatto venire le lacrime agli occhi..più di quando me lo racconta mia madre... :cry:




Racconto commovente...

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gio giu 14, 2007 8:22 pm
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La cosa più sconvolgente che ci sono persone che stanno ancora pagando quel maledetto giorno :roll:
Vergogna.

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gio giu 14, 2007 10:25 pm
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Avevo 2 anni e i ricordi sono molto frammentati,quando sento parlarne da persone che hanno vissuto questa tragedia mi vengono dei brividi.Vi lascio una testimonianza di un libro scritto da mio cugino.
Cita:
Tratto da "una son le stelle" di Gerardo Iuliano

..."Solo Sant'Angelo non si riconosce piu',come se proprio la collina su cui è posto se ne fosse scesa tutta in blocco.

Ci fecero caso la mattina del 24 novembre di due anni fà ,Gerardo e lo zio Enzo.
Avevano passato la notte nelle macchine a Salerno,dopo la scossa avevano telefonato a Sant' Angelo,pensando di andarsene là,ma Zia Clara non rispondeva,e il Bar Corrado non dava linea.Poi si seppe dalle radioline che l' Epicentro era a Balvano(Potenza),anzi no,a Sant' Angelo dei Normanni.Avevano sperato che non si trattasse di Sant' Angelo dei Lombardi,Ma altri nomi che somigliassero mnolto non ce n'erano.
E la mattina presto,con le giunture doloranti,un caffè e via in macchina ,superstrada tangenziale e salia nell' aria frizzante per l' ofantina.
Avevano visto le case scoperchiate subito dopo Baronissi ,lo sapevano già,che la cosa era grossa.
Un tempo bellissimo,un'arietta fresca e un sole limpido,la vallata piena di luce,e il profilo di Sant' Angelo che non c'era.
Il campanile con la cella campanaria di pietra e la sommità di mattoni con l' orologio e il tetto spiovente ,l' abside piatto della cattedrale ,l' avvallamento di piazza polmonite con la scesa di Santa Maria,e sull' altra cima il massiccio del castello cinquecentesco ,tutto era spianato e abbassato.
Al quadrivio,giu' le prime persone ,impolverate,dall' aria stordita:"Enzo!che vieni a fare?Sant' Angelo non c'e piu'...E' meglio che te lo scordi questo paese di m...a!....Enzo soreta Clara stà bene,stava in piazza poco fa...Enzo! Vai subito a Santa MAria,tuo suocero stà la vicino....

Il paese era tutte pietre,poche case in piedi come spettri;la terrazza del palazzo Iapicca,quattro piani se n'era scesa a due metri di altezza.

A San Rocco,nella spianata,alcuni cadaveri,gonfi e bluastri,erano già allineati.

Ma nessuno sembrava muoversi:la gente passeggiava,apparentemente come se nulla fosse,lungo la ringhiera che,come un lungomare,dà sulle gradinate del campo sportivo e sulla chiesa di San Rocco,avvicinandoti li vedevi impolverati,confusi,pure l' arciprete che passeggiava compunto,le mani in croce sul petto.


il sindaco e Don Bruno,il parroco,erano sotto le macerie del club;giocavano a carte ,quando è successo.


Il vescovo,dissero,la mattina girava come un' anima in pena,lcon un codazzo di gente che lo sorreggeva:..."il mio povero cuore.."""Era venuto un elicottero e se l'era portato;non lo avrebbero piu' rivisto in paese


A Santa Maria,Peppino Marcone,il suocero di Enzo,si aggirava intorno alle pietre cadute della casa:sono tutti dentro.
Avevano tirato fuori per metà Meri,sette anni,ma era morta poco fà;l' aveva coperta.
Sulle pietre,Gerardo chiamava ad alta voce Maria!Rosa!Vincenzo!Terry!Sotto,si era sentito un grido.

Scavarono tutta la giornata per tirare fuori Vincenzo ,sei anni,che credeva fosse scoppiata la televisione tenuta troppo accesa,e si preoccupava perchè la mamma avrebbe strillato.

Ci volle il coraggio di un pompiera e la pila di un giornalista,quella ser.I giornali riportavano "Si scava alla luce delle fotoelettriche...",ma fotoelettriche ancora non ce n'erano,quando tornarono a Salerno col bambino che dormiva in macchina,lasciando i santangiolesi all' addiaccio.Ci fu uno che ando dai pompieri la sera ,a chiedere "Scusate,dov'e questo addiaccio?

Gli altri ,li tirarono fuori il giorno dopo:ci andò Giuseppe,Tonino,Enzo e gli altri.Per fortuna che c'erano le casse ,appena arrivate;le due piccole terry e meri le misero assieme;Giuseppe un' anno,con la mamma.


Il cimitero,qualche giorno dopo,sfondarono il muro posteriore per allargarlo.Solo dopo una settimana "gerardeggiuseppe" salirono alla casa dei nonni ,e si accorsero che era intera;tutto giu' l' intonaco i mobili i tubi ma i muri reggevano.Riportarono a Zia Clara i peperoni appena messi sottaceto.

Per qualche giorno ,la paura di dormire in casa,la pietà anche dei cattivi ,e la felice sensazione che essere vivi era la cosa piu' importante ,piu' del lavoro che mancava,dalle frodi dei politici,della cattiveria degli uomini,e delle luci delle tivu'.Per qualche giorno


e poi,ancora,le file dei camion coi soccorsi ,nella pioggia arrivata all' improvviso e nel fango della strada riaperta per forza;soldati che non sapevano dove andare,scatole marcite ,viveri che si perdevano,giacche a vento colorate che sembrava un campo di sci,coperte, scatolette,tende e sacchi a pelo incettati da sciacalli che le portavano a casa per poi rivenderle altrove,bisticci tra i senzatetto,sindaci che chiedevano cordoni sanitari ,vaccinazioni per i soccorritori ,e la strana fraternità che tra questi utimi paesani si crea,una volta installate le mense della Caritas,il campo della misericordia,confraternita sconosciuta fino allora ma che si imparava ad apprezzare.

La toponomastica del paese che cambia:non piu' Petrile,ma campo Don Orione,non piu' Boschetto ma Cupola Pneumatica.

E Nella cupola,la messa di Natale,un mese dopo ,Caritas,Misericordia e paesani in giacca a vento,tranne Giuvanno,lo scemo,di cui risaltava la condizione,per stare ancora con il cappotto infangato e le scarpe che facevano le boccacce.



Anche Renato Pisciulino l' altro storico abbonato del paese c'era rimasto sotto".........


mer giu 20, 2007 10:23 am
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Di quella giornata, come tanti di noi, io avevo 9 anni, ho un ricordo legato, tanto per cambiare, all'Avellino calcio. Ricordo la bella giornata di sole. Ricordo di aver ascoltato da una radiolina la partita dell'Avelino vittorioso contro l'Ascoli per 4-2 e, non avendo potuto vedere Noventesimo minuto alle 6 e mezza, ricordo l'attesa per poter finalmente vedere quei quattro gol dell'Avellino a Domenica Sprint alle 8 sul Secondo Canale. Purtroppo quelle immagini non le ho viste e sono passati anni, tanti anni prima che le potessi vedere.
Ora ho i DVD con i dieci anni dell'Avellino in serie A e quando mi capita di rivedere quelle immagini della domenica pomeriggio, ancora mi vengono i brividi a pensare a cosa sarebbe accaduto di lì a poco...

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roba da brividi :( però si è vista la forza degli irpini nel reagire a questa tragedia alzando la testa. anche questo mi rende fiero di essere irpino!

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http://it.youtube.com/watch?v=BCtecXR3rJc

http://it.youtube.com/watch?v=vRAKO24yDNE

http://it.youtube.com/watch?v=YVUSaSKiB ... ed&search=

http://it.youtube.com/watch?v=gOXXKXJq_ ... ed&search=


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nn facciamo scendere questo topic....
Anche io ho tanti ricordi di quel giorno.... purtroppo ora nn ho tempo per raccontarveli...


mer giu 27, 2007 6:17 pm
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Avevo nove mesi, non ricordo cosa sia successo, ma so che stava a casa, in un box (di quelli per bambini) e che mio padre riusci ad afferrarmi per i capelli, perchè ballava tutto, e per fortuna sono ancora qui!! :D

Un abbraccio a chi ha perso qualcuno...

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Ricordi comuni ai tanti tifosi dell'Avellino.
E' logico che si cominci con la partita, con Juary che gira intorno la bandierina, con l'attesa di rivedere i gol in TV.
Data la mia età ricordo tutto di quel maledetto giorno, mettere in fila tutto come ha fatto il grande LONE per me è impossibile, richiede capacità che personalmente non ho, la cosa che ricordo in maniera indelebile è il suono assurdo di un pianoforte a casa di mia nonna (cazzarola si vede che era domenica eravamo quasi tutti a casa delle nonne) che all'improvviso cominciò a suonare da solo e la forza inumana di mio padre che si caricò sulle spalle mia zia affetta dal Parkinson, me, mia sorella e mio cugino e ci portò giù per le scale in men che non si dica.
L'aria caldissima che si respirava per strada, il pianto delle vecchine che presagivano la fine del mondo e vedevano il diavolo spuntare dietro ogni albero.
I copertoni di auto accesi lungo la strada buia, le patate sotto il fuoco, le campane che suonavano da sole ad ogni scossa di assestamento, le nottate trascorse nella Fiat 1100 familiare di nonno e la prima notte dinuovo nel letto, sempre a casa di nonno, un gigante burbero legato alla sua terra, alla sua casa costruita con le sue mani, alla sua moglie che combatteva contro il male del secolo nella allora "lontana" Roma, lontana da lui.
Dopo una notte trascorsa insonne, volle tornare a dormire nel suo letto, mi prese per mano, e mi disse "porti il mio nome, il mio cognome, non puoi aver paura di tornare in casa perchè Masto Rafele non ha mai paura, stasera si dorme in un letto vero, la casa l'ho costruita io, stai tranquillo che non cadrà".

Sono passati tanti anni, ma non nego che ogni volta che riprendo in mano quella raccolta pubblicata dal "Mattino", ogni volta che mostro ai miei bimbi i DVD dove ci sono quelle immagini, è difficile trattenere le lacrime.

...e pensare che c'è ancora gente che ci chiama terremotati.

_________________
ma quali pezze appese
ma quale stile inglese
M E R D A siete e M E R D A resterete


mer giu 27, 2007 6:48 pm
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MasterLupo
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MrFronna ha scritto:
Ricordi comuni ai tanti tifosi dell'Avellino.
E' logico che si cominci con la partita, con Juary che gira intorno la bandierina, con l'attesa di rivedere i gol in TV.
Data la mia età ricordo tutto di quel maledetto giorno, mettere in fila tutto come ha fatto il grande LONE per me è impossibile, richiede capacità che personalmente non ho, la cosa che ricordo in maniera indelebile è il suono assurdo di un pianoforte a casa di mia nonna (cazzarola si vede che era domenica eravamo quasi tutti a casa delle nonne) che all'improvviso cominciò a suonare da solo e la forza inumana di mio padre che si caricò sulle spalle mia zia affetta dal Parkinson, me, mia sorella e mio cugino e ci portò giù per le scale in men che non si dica.
L'aria caldissima che si respirava per strada, il pianto delle vecchine che presagivano la fine del mondo e vedevano il diavolo spuntare dietro ogni albero.
I copertoni di auto accesi lungo la strada buia, le patate sotto il fuoco, le campane che suonavano da sole ad ogni scossa di assestamento, le nottate trascorse nella Fiat 1100 familiare di nonno e la prima notte dinuovo nel letto, sempre a casa di nonno, un gigante burbero legato alla sua terra, alla sua casa costruita con le sue mani, alla sua moglie che combatteva contro il male del secolo nella allora "lontana" Roma, lontana da lui.
Dopo una notte trascorsa insonne, volle tornare a dormire nel suo letto, mi prese per mano, e mi disse "porti il mio nome, il mio cognome, non puoi aver paura di tornare in casa perchè Masto Rafele non ha mai paura, stasera si dorme in un letto vero, la casa l'ho costruita io, stai tranquillo che non cadrà".

Sono passati tanti anni, ma non nego che ogni volta che riprendo in mano quella raccolta pubblicata dal "Mattino", ogni volta che mostro ai miei bimbi i DVD dove ci sono quelle immagini, è difficile trattenere le lacrime.

...e pensare che c'è ancora gente che ci chiama terremotati.


... altro che "grande Lone"... il tuo racconto è davvero bello e struggente... complimenti...

... cerca di scrivere più spesso in questa sezione del forum... :wink:

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"Remembering you standing quiet in the rain as I ran to your heart to be near" - The Cure "Pictures of You"


gio giu 28, 2007 12:23 pm
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