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Leggende e Storie Irpine\Sannite
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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 Leggende e Storie Irpine\Sannite
-IL SAGRO SACCO DI SAN FRANCESCO-
Per venir dunque a quel, che voglio dirvi: Raccontano, che vivendo ancora S. Francesco, accadde, ch'erano un giorno i Frati del Convento di Montella in estremo bisogno di pane; imperciocché le nevi cadute, circondando altamente d'intorno le mura del luogo, lor non permettevan d'uscire à provedersene. Mà mentre ch'essi l'un l'altro, confortavansi à sperar nella Divina Providenza, per mano d'Angioli, che si supposero mandati da Dio à preghiera di S. Francesco, fù lor portato un sacco di bianco, e freschissimo pane, con cui benedicendo il Signor, si sostentarono: e le tele del Sacco fu da essi, ò almen da coloro, che ad essi nel convento successero, adoperata à ricoprir la Mensa dell'Altare, perché la polvere non la bruttasse.
Dicono ancora, ch'essendo un giorno perseguitato à colpi di schioppo da' Ministri della Giustizia un certo Reo, fù liberato da qualunque offesa, non per altro, se non perché aveva addosso un ritaglio della tela di quel Sacco, la qual confessò d'averla tolta dalla coperta dell'Altar di Montella, bisognandogli per rattopparsi il giuppone; onde conosciutasi la meravigliosa virtù di quella tela, fu subito il luogo decente riposta, e come reliquia venerata.
Ecco dunque, che cosa vuol dir Sacco di S. Francesco: Ecco, come dicono che capitasse nel Convento di Montella: Ecco, come si conoscesse la prima volta la sua virtù la quale credono ch'abbia poi sempre conservata, con tal'efficacia, che per quante esperienze se ne sian fate, non sia giammai venuta una sol volta a mancare
[...]
Della tela di questo Sacco n'è oggidì una picciola parte rimasta in Montella, perché divolgatasi la fama del miracolo accaduto nella persona del Reo, da quel tempo in quà ogn'uno hà procurato d'averne una particella, per godere il privilegio, portandolo addosso, di non essere offeso dalle armi da fuoco: ed aggimai non vi è più Sgherro, né Fuoriuscito del Nostro Regno, che non porti al collo almeno un filo di esso: Mà di queste fila è pur grande il numero, che se tutte unite si aggiungessero a quel pezzo di tela, che hanno i Frati di Montella, non se ne farebbi più un sacco solo, ma mille. Il che conoscendosi da coloro, che lo celebrano, dicono, che in questo fà S. Francesco un'altro (sic!, N.d.C.) miracolo, operando, che sempre cresca acciocché ne sia proveduto ogni divoto.
Ma credo ben'io, che questo miracolo lo faccia ogn'un altro, che il Santo.
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
Ultima modifica di 19Lupobiancoverde86 il gio dic 28, 2006 10:03 pm, modificato 1 volta in totale.
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| gio dic 28, 2006 9:58 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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-La leggenda della Madonna della Neve-
Gli anziani di Morroni raccontano il ritrovamento della tela della loro Madonna in modo miracoloso. La storia tramandata di bocca in bocca, generazione dopo generazione, ha conservato le caratteristiche antropiche proprie delle regioni interne del Sud. Nulla di fastoso o regale per venerare la Mamma Celeste ma, nel rispetto dell’originale matrice cristiano, molta semplicità e umiltà. Si racconta che un ciucciaro commerciante di vino, veniva a Morroni con i suoi muli, concludeva i suoi affari e tornava ad Apice col carico sui basti. Giunto in prossimità dell’attuale chiesa, vide tra i rovi, un rotolo di tela, lo prese e lo sistemò su un mulo, ignaro del reale significato del dipinto. Giunto alla Palata, sulla foce del torrente, prima di inoltrarsi in terra apicese, l’ultimo mulo, quello che portava la tela, non volle attraversare. Sospettando che fosse proprio il rotolo a causare il rifiuto del mulo, lo tolse dal basto e lo lasciò nella siepe sull’orlo del ruscello, con l’idea, magari, di riprenderlo al ritorno. Andò al paese, consegnò il carico e torno per la stessa strada con l’intento di ritrovare la tela, ma non la trovò più sull’orlo del ruscello bensì dove l’aveva rinvenuta la prima volta. Sparsa la voce di tale prodigio, la tela fu sistemata nella cappella ed il popolo pensò di edificarle una degna abitazione. Da allora l’amata zengarella, così affettuosamente chiamata per il colorito della carnagione, non ha più abbandonato i Morronesi e tutti quanti a Lei s’affidano.
“Nel cerchio del diavolo”
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
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| gio dic 28, 2006 10:02 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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-La leggenda del drago-
Anticamente miti e leggende erano popolate da mostri dalla forza soprannaturale. I più potenti erano i draghi, creature con il corpo di serpente, le zampe di lucertola e gli artigli di falco. Secondo la tradizione occidentale la loro estinzione risale al Medioevo dove prodi cavalieri cercavano gloria uccidendoli. Molto celebre è la leggenda di San Giorgio, che visse in Palestina e fu decapitato a Nicomedia per ordine di Diocleziano intorno all'anno 287 d.C. Nel XII secolo la leggenda secondo la quale San Giorgio giunto a Silene (Libia) dalla Cappadocia uccise un drago in procinto di divorare una principessa legata ad uno scoglio fu narrata dai Crociati di ritorno dalla Terrasanta. Giorgio divenne santo e fu scelto come patrono dell'Inghilterra da Edoardo III nel 1348. Antonello Castiglione nativo di Montefusco nel XV secolo si distinse per un'impresa simile. Vi era nel bosco Perrotta, fra Montefusco e Benevento, un terribile e feroce drago che uccideva tutti i viandanti, limitando il transito di merci tra la città e tutte le altre parti del regno. Nessuno osava avventurarsi nei paraggi e le popolazioni locali pregavano che qualche valoroso guerriero le liberasse da quell'incubo. Un cittadino di Montefusco, Antonello Castiglione proprietario del bosco e degli attigui territori decise di affrontare il dragone. Dipinse su una parete della sua casa una figura di drago somigliante a quello vero e cominciò ad ammaestrare una muta di cani incitandoli ad avventarsi contro il mostro dipinto. Il 15 giugno 1421 durante la festa di San Vito invocando l'aiuto di Dio montò a cavallo e armato di lancia arco e frecce portò con sé i cani nel bosco Perrotta. Le prime frecce scagliate contro il drago andarono a vuoto, i cani si scagliarono nella lotta ma furono sbranati. Antonello Castiglione stava per essere ucciso quando sentì le campane della chiesa di San Francesco suonare. Quel suono fu la sua salvezza: si rianimò e fece voto di donare parte dei suoi beni al convento di San Francesco se il Santo lo avesse aiutato in quel momento. Fatto il voto, per grazia di Dio onnipotente e per intercessione dei beati Francesco, Vito e Giovanni, perforò con la lancia la testa del drago. Il ritorno di Antonello a Montefusco fu un viaggio trionfale tra acclamazioni e benedizioni. Però per l'emozione o per qualche ferita riportata sopravvisse di due soli giorni alla sua vittima . Fu sepolto con grande onore nella chiesa di San Francesco. Le spoglie del drago rimasero per alcuni giorni a Montefusco appese alle mura del convento di S. Francesco poi, per ordine del viceré, fu portato a Napoli affinché anche la popolazione della capitale tantum horrendum spectaculum videret.
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
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| ven dic 29, 2006 12:15 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: sab lug 02, 2005 12:08 am Messaggi: 9274 Località: 'no poco qua... 'no poco là...
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Bravo, mi hai preceduto, anch'io pensavo di aprire un simile topic....
... nei prossimi giorni conto di partecipare attivamente... 
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| ven dic 29, 2006 1:40 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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-CRICCHE, CROCCHE E MANECANCINE-
C'erano una volta tre ladri. Uno si chiamava Cricche, uno Crocche e l'altro Manecancine. Fecero una scommessa per vedere chi era il ladro più furbo. Si misero in cammino. Cricche, che era il primo, vide una gazza sull'albero e disse: "Volete vedere che io levo le uova da sotto a quella gazza senza che se ne accorga?".
"Sì! Vogliamo vedere!".
Cricche salì sull'albero per prendersi le uova. Mentre le stava prendendo, Crocche gli tagliò i tacchi da sotto le scarpe e se li mise nel cappello. Ma, mentre Cricche metteva da parte le uova, Manecancine rubò i tacchi e se li nascose. Scese Cricche e disse: "Io sono stato il ladro più furbo, perché ho levato le uova da sotto alla gazza".
Rispose il secondo: "Il più furbo sono stato io, che ti ho tagliato i tacchi da sotto le scarpe e non te ne sei accorto".
E si levò il cappello per farli vedere, ma non li trovò. Si gira il terzo e dice: "Il più furbo di tutti sono io perché, mentre tu conservavi i tacchi, te li ho rubati. E visto che le cose stanno così, mi voglio dividere da voi, perché ci vado a perdere".
E se ne andò. Andava rubando da solo, e tanta roba mise da parte che infine arrivò in una città, si sposò e aprì una bottega di pizzicagnolo.
Un giorno i fratelli, andando sempre rubando in giro, capitarono in questa città e videro proprio quella bottega. Disse uno all'altro: "Entriamo e vediamo: magari possiamo fare qualcosa!"
Entrarono e uno dei due disse: "Bella femmina, dacci da mangiare".
"Che volete?"
"Una fetta di caciocavallo."
Mentre la donna lo stava tagliando, quei due si guardavano in giro per vedere dove potevano sgraffignare qualcosa. Videro due metà di un maiale appese; uno fece l'occhiolino a quell'altro e dissero che durante la notte l'avrebbero preso. La moglie di Manecancine se ne accorse, e stette zitta. Quando tornò il marito, gli raccontò ogni cosa. Il marito, che era un vero ladro, capì subito. Disse: "Questi saranno Cricche e Crocche che vogliono rubare il nostro maiale. Va bene! Ora li sistemo io!".
Prese il maiale e lo mise nel forno e la sera andò a dormire. Quando fu notte, quei due andarono per rubare e non trovarono il maiale. Andarono guardando in ogni posto e non lo trovarono. Allora il secondo che pensa di fare? S'avvicinò zitto zitto dalla parte del letto dove dormiva la moglie di Manecancine e le disse: "Uè. Uè, io non trovo il maiale. Dove l'hai messo?".
La donna credendo fosse il marito, subito rispose: "Dormi, dormi! Non ti ricordi che lo mettesti nel forno?".
E ritornò a dormire. I due ladri uscirono, presero il maiale e se ne andarono. Cricche lo portava addosso, si andò a girare e vide che nel giardino del fratello c'erano delle verdure. Disse a Crocche: "Vai nel giardino, raccogli un po' di verdura, così quando andiamo a casa almeno ci tagliamo una fetta di maiale e ce la cuciniamo".
Questi andò, mentre Cricche si avviava.
Torniamo ora a Manecancine, che si era svegliato. Andò a vedere, e non trovava il maiale. Si accorse che nel suo giardino mancava della verdura e disse: "Va bene, me l'hanno fatta, e me l'hanno saputa fare. Ora però li aggiusto io!".
Raccolse un bel fascio di verdura e se lo mise addosso, e cominciò a correre, correre. Arrivò dov'era Cricche con il maiale addosso e, senza parlare, gli fece segno che voleva il maiale. Quello, credendo che fosse Crocche prese lui il fascio di verdura e gli diede il maiale, e Manecancine con il maiale addosso se ne tornò a casa sua. Cricche arrivò a casa con il fascio di verdura. Disse Crocche: "E il maiale dov'è?".
"Ce l'hai tu."
"Io non c'ho niente."
"Tu me l'hai levato in mezzo alla strada."
"Quando mai? Tu mi hai mandato a prendere la verdura."
Cricche poi gli raccontò tutto il fatto, e conclusero che era stato Manecancine che gliel'aveva tolto, e che lui era il più ladro.
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
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| dom dic 31, 2006 3:49 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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Le Streghe di Benevento
-Streghe o janare?
Nel dialetto beneventano non esiste la strega, ma la janara. E' con tale nome infatti che si indica una donna, che possiede poteri magici, conosce le virtù delle erbe, pratica alcune operazioni mediche.
La figura della janara appartiene al patrimonio folclorico, la strega invece è una figura letteraria, confezionata già in età classica, ma soprattutto moderna, con caratteristiche andate via via perfezionandosi e configurate in un repertorio ben consolidato, grazie agli scritti di esponenti della cultura clericale dal Medioevo in poi, i quali, attraverso un lungo processo, ne selezionarono gli aspetti discriminanti, utilizzando materiale della provenienza più varia: racconti popolari; superstizioni locali; mitologia classica, ebraica, nordica; inchieste giudiziarie, verbali di processi, fino alla codificazione, sistematica ed accreditata dall’autorevolezza degli scrittori, della figura della strega secondo una tipologia precisa.
-Origini del nome strega
Strega etimologicamente deriva da stryx, strige, uccello notturno, che si riteneva succhiasse il sangue dei bambini nella culla e istillasse nelle loro labbra il proprio latte avvelenato. Era ritenuto una specie di arpia, di vampiro; tale nome ricorre in Plauto, Ovidio e Plinio . Per tali caratteristiche il nome strega ha indicato le donne credute responsabili di aborti ed infanticidi.
Demoni femminili sono presenti nella cultura classica, come dice Gerolamo Tartarotti nel 1749 nel suo Del congresso notturno delle Lammie, libro I capitolo IX.
“ ... il moderno congresso notturno delle Streghe altro non è che un impasto della Lilith degli Ebrei, della Lammia e delle Gellone de’ Greci , delle Strigi, Saghe e Volatiche de’ Latini”.
A tali leggende, il Tartarotti affianca anche quella medioevale della brigata notturna, scorta di Diana o Erodiade.
Lamia è un altro demone femminile. Ella era una regina di Libia, amata da Giove , i cui nati furono sterminati da Giunone, legittima moglie del re degli dei, per vendetta della sua infedeltà. Ciò rese Lamia crudele verso l’altrui prole.
-Come è nata la figura della Strega
Alla costruzione dotta del personaggio della strega concorrono vari elementi:
1. La componente culturale classica, che parte da un culto di Diana -Ecate -Iside , divinità femminili che avevano anche aspetti inquietanti per il loro rapporto con la magia.
2. La componente culturale popolare viene riscontrata ad esempio da Margaret Murray . La presenza delle streghe è ravvisabile in ogni cultura agricola, e sembra la sopravvivenza di una religione femminile preistorica che genericamente la Murray chiama “culto delle streghe ”.
3. La componente culturale clericale elabora i materiali folclorici attribuendo ad essi un valore negativo. Tutto ciò che non è culto cristiano degenera nell’eresia, in quanto serve altre divinità che non possono essere benefiche, poichè solo Dio è buono. Ogni altra forma di religiosità sottende la presenza del diavolo.
-Malleus Maleficarum
Le donne che celebrano i culti agrari della tradizione non sono semplici continuatrici di un paganesimo contadino, ma, secondo la visione clericale, hanno venduto la loro anima al diavolo per poter avere poteri magici e trasformarsi in animali. Esse servono il loro signore (il diavolo) in una sorta di vassallaggio feudale al negativo, con ogni sorta di azione malvagia. Prima fra tutte vi è la minaccia all’infanzia, sia attraverso le pratiche abortive, sia attraverso l’infanticidio o il danneggiamento fisico dei piccoli. In tale visione misogina la strega è l’opposto della Madonna, che è vergine e madre; essa invece è lussuriosa e sterile; minaccia la capacità riproduttiva che infiacchisce con le sue arti (legamenti, fatture d’amore) perciò è nemica dell’intero genere umano.
Questa congerie di credenze fu elaborata nel corso dei secoli, a partire da quel capolavoro di sadismo, che fu il Malleus Maleficarum di Sprenger e Institor. Esso era un manuale per il perfetto inquisitore, che insegnava come riconoscere, interrogare e torturare una strega, sventando le numerose malizie di cui questa serva diaboli era capace.
La janara è una figura della tradizione popolare. Come tutti gli esseri magici, ha carattere ambivalente: positivo e negativo. Conosce i rimedi delle malattie attraverso la manipolazione delle erbe, ma sa scatenare tempeste. Nella coscienza popolare non si associa la janara al diavolo, ella non ha valenze religiose, ma solo magiche, come l’Uria , la Manalonga, le Fate. Appartiene cioè ad un universo estraneo a quello umano e per questo temibile ed incomprensibile come tutto ciò che è diverso.
È capace di nuocere agli umani, ma non ha i legami con il diavolo, che le attribuiscono gli uomini di chiesa, i quali ne fecero un’eretica, al pari dei seguaci di altre religioni.
-Origini del nome janara
L’etimologia proposta per il termine popolare janara metteva in connessione tale nome con il latino ianua = porta, in quanto essa è insidiatrice delle porte, per introdursi nelle case. Presso gli usci si ponevano quindi scope o sacchetti con grani di sale, in modo che, se la janara riusciva ad entrare, sarebbe stata costretta a contare i fili della scopa o i granelli di sale, senza poter venire a capo del conto. L’alba sopraggiungeva a scacciarla, poiché non si accorgeva del passare del tempo, impegnata nell’insulsa operazione. Gli oggetti posti a tutela delle porte infatti hanno insite virtù magiche: la scopa per il suo valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poichè un’antica etimologia connette sal (sale) con Salus (la dea della salute). Per Piperno, l’origine del nome deriva dal fatto che le streghe per aerem nare sentiantur dum feruntur ad ludos oppure dal fatto che il nome di una delle Lamie del tartaro era Duchessa Iana[1]
Janara è il termine comune nella nostra provincia per indicare la strega e lo si trova anche nella variante ghianara. La semiconsonante iniziale è l’evoluzione naturale del nesso latino \di\, come nel caso di diurnum Þ juorno. Pertanto il termine non viene da ianua, in cui la \i\ evolverebbe in \g\ (cfr. Ianuarius Þ Gennaro), ma da dianaria o dianiana, aggettivo derivato da Diana , equivalente a “seguace di Diana”. L’antichissima divinità italica, dea federale dei Sanniti e protettrice della plebs romana, è chiamata da Cicerone dea della caccia, della luna e degli incantesimi notturni (Cic. De nat. deor., 2, 68, sgg.).
Orazio parla dei tria virginis ora Dianae (i tre volti della vergine Diana ) o di Diana triformis (Diana triforme, cfr. Hor, Car., 3, 22, 4)
Virgilio conferma tale aspetto quando parla della dea che è Luna in cielo, Diana in terra, Ecate nel mondo infernale (Verg., Aen., 4, 511.b)
“Gioco di Diana ” è definito, in molti testi, il corteo di streghe , stregoni e spiriti infernali di cui si aveva notizia attraverso le deposizioni delle imputate di stregoneria. Altro nome di esso è sabba ”, forse da Sabazio, o Bacco, in onore del quale si celebravano riti orgiastici. Infatti anche nel consesso stregonesco vi era una forte componente sessuale. Diana è chiamata nei processi “Signora del gioco”, dove “gioco” traduce il latino ludus, nel significato di “luogo dove s’impara” o anche di “passatempo dilettevole”, visto che in queste riunioni si ballava e si cantava.
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
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| dom dic 31, 2006 3:55 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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La leggenda del Noce
Convinto di una derivazione da rituali longobardi è Pietro Piperno , protomedico beneventano e autore del celebre libro Della superstiziosa noce di Benevento, del 1639, rifacimento della versione latina dal titolo De nuce maga beneventana.
Pietro Piperno
Piperno nel suo testo fa risalire l’origine delle streghe beneventane al tempo dei Longobardi e precisamente all’epoca del duca Romualdo . Secondo quanto racconta il Piperno , che a sua volta desume le notizie da una legenda di San Barbato , i Longobardi adoravano una vipera d’oro e celebravano degli strani rituali intorno ad un albero.
Durante l’assedio dell’imperatore d’Oriente, Costante, nel 663, il duca Romualdo, che stava per soccombere, accettò l’invito del vescovo di Benevento, Barbato, ad allontanarsi dall’eresia per abbracciare la vera fede cristiana. In cambio di ciò Dio permise al duca longobardo di conservare il suo regno e di sconfiggere i bizantini.
Sempre secondo la leggenda di San Barbato, questi fece sradicare l’albero di noce intorno al quale i Longobardi tenevano le loro feste e proibì l’adorazione della vipera d’oro grazie alla collaborazione della duchessa Teodorada .
La preoccupazione di Piperno è quella di dimostrare l’infondatezza della diceria che Benevento è città delle streghe. Infatti, il noce dei raduni longobardi, infestato di demoni, fu sradicato dal santo vescovo. Purtroppo, però, sia relazioni di dotti inquisitori, sia le testimonianze rese dalle streghe, facevano pensare che il mitico noce esistesse ancora e qualcuno diceva addirittura che era rinato, nello stesso posto da cui era stato estirpato per virtù diabolica. Lo stesso Piperno localizza in una piantina, acclusa al testo italiano dell'opera, sia il simulacro della vipera longobarda, sia il noce.
Egli puntualizza che il noce, rinato sul medesimo luogo di quello sradicato da San Barbato, si trova a circa due miglia dalla città, non distante dalla riva meridionale del fiume Sabato , nella proprietà del nobile Francesco di Gennaro. Su questo luogo il patrizio beneventano Ottavio Bilotta fece porre un'iscrizione che ricordasse l'opera di San Barbato. Il Piperno però aggiunge di non essere certo se fosse proprio questo il famoso noce.
L’albero di noce
Vicino alla città di Benevento
Vi sono due fiumi molto rinomati
Uno Sabato , l’altro Calor del vento;
Si dicono locali indemoniati,
...................................................
Un gran noce di grandezza immensa
Germogliava d’estate e pur d’inverno;
Sotto di questa si tenea gran mensa
Da Streghe, Stregoni e diavoli d’inferno.
Così suona l’inizio di un poemetto popolare ottocentesco edito a Napoli e intitolato “Storia della famosa noce di Benevento”, raccolto da Giuseppe Cocchiara , che al noce e alle streghe dedica un intero capitolo del suo Il paese di cuccagna.
La fama della città, luogo del convegno di streghe , è molto antica. Se ne trovano echi in un sonetto del Fiore, poemetto allegorico del 1200, il cui protagonista dice di chiamarsi Ser Durante. Molti pensano che questo nome adombri lo stesso Dante Alighieri .
La trama è semplice: Ser Durante, l’amante, cerca di cogliere un fiore, simbolo del perfetto amore, da uno splendido giardino, per farne omaggio alla sua amata, Madonna Bellaccoglienza. Egli si è cavallerescamente messo al suo servizio ed ella sembra accettare la sua corte. Pare giunto il momento di cogliere il fiore che è quasi sul punto di sbocciare, quando interviene lo Schifo (cioè il pudore) ad impedirglielo.
Sonetto 203: L’amante e lo Schifo.
Quand’i’ vidi l’offerta che facea,
del fatto mi credett’ esser certano1 :
allor sì volli al fior porre la mano,
che molto ringrassato2 mi parea.
Lo Schifo sopra me forte correa
dicendo: “Tra’ t’addietro3 , mal villano
che, se m’aiuti Iddio e San Germano,
i’ non son or quel ch’i’ esser solea.
El diavol sì ti ci ha ora menato
se mi trovasti a l’altra volta lento
or sie certan ch’i’ ti parrò cambiato.
Me’ ti verria4 che fossi a Benivento”.
Allora al capezzal5 m’ebbe pigliato,
e domandò chi era mi’ guarento6 .
Alcuni dicono che il nome della città è usato solo per ragioni di rima, ma in verità l’autore aveva molte possibilità di scelta. Invece, è evidente la connessione tra il diavolo e Benevento.
Lo Schifo infatti rimprovera l’amante per essere entrato nel giardino, dicendogli che è stato portato lì dal diavolo, sarebbe stato meglio che il diavolo l’avesse portato a Benevento, luogo più consono ai trasporti diabolici. C’è già, nel sonetto, l’idea del volo diabolico associato alla nostra città. È soprattutto in epoca moderna, però, che si comincia a parlare del noce .
Non si trattava di un noce qualsiasi, ma di un albero particolare; addirittura secondo le testimonianze di alcune streghe (o ritenute tali), sempreverde. Esso sorgeva in un luogo detto “ripa delle janare”, lungo il fiume Sabato , dove tali donne si bagnavano. [1]
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1 Certo
2 Più grande
3 Fatti indietro
4 Sarebbe meglio
5 Al collo
6 Garante
[1] Dove fosse esattamente la ripa delle janare non è dato sapere. Sul lato ovest delle mura di Benevento, che era lambito dal fiume Sabato, si trovava una torre, detta Pagana, sulla quale fu edificata una cappella, alla sommità di due rampe di scale affrontate, dedicata a San Nicola di Mira, che avrebbe operato straordinari miracoli.. L’anonimo autore dell’Adventus Sancti Nycolai in Beneventum, testo propagandistico redatto nel 1090, descrive il luogo prossimo alla Torre Pagana dove “…aquarum abundantia sit “ e “arborum amenitas”. Cfr.Lepore, C. e Valli, R. L’Adventus di San Nicola in Benevento, in Studi Beneventani, n.7, 1998
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
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| dom dic 31, 2006 3:58 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: mer mag 11, 2005 11:29 pm Messaggi: 8451 Località: Benevento
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La leggenda di Mazzo Mauriello e dell'Uria
Questo folletto un pò dispettoso ma buono è un portafortuna, si dice che fosse lo spirito di un bambino morto senza battesimo. Questo spiritello secondo alcune persone si diverte a lanciare sassi e a muovere gli oggetti in casa. Oltre agli spiriti buoni vi sono anche quelli cattivi come il caso dell'Uria. Non si conosce cosa sia questa Uria di certo questa potenza malefica si avverte nella notte, quando all'improvviso ci si sente toccati sulla punta dei piedi e si rimane immobilizzati, senza riuscire nemmeno a gridare e con la spaventosa sensazione di avere addosso un macigno. Tuttavia ci sono degli esorcismi per impedire a questa ombra di entrare in casa: basta mettere davanti all'uscio una scopa di migli o una spazzola. L'Uria infatti, è irresistibilmente attratta da questi oggetti e si ferma a contarne tutti i fili.
Invece, quando si vuole colpire qualcuno con il malocchio si prende l'impronta del piede impressa nel terreno e la si mette chiusa in uno straccio lasciandola affumicare in un camino. Chi è colpito da tale forma di malocchio si ammala o si annerisce come la propria impronta affumicata.... quando qualcuno avverte dei dolori pensando di essere oggetto di malocchi si procede a fare "l'uocchi": si prende un piatto con dell'acqua, si pronunciano delle parole "schiattete uocchi" e all'interno si fa gocciolare dell'olio, se le goccie si allargano la persona è affetta da malocchio. Solo dopo il rituale magico i dolori passano.
_________________ PUGLIESE NON E' IL MIO PRESIDENTE
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| sab mag 12, 2007 9:50 pm |
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MasterLupo
Iscritto il: sab lug 02, 2005 12:08 am Messaggi: 9274 Località: 'no poco qua... 'no poco là...
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Faccio ammenda per non aver partecipato prima a questo bellissimo topic di Fofò...
... esordisco con una piccola e bella leggenda avellinese legata proprio alla Notte di S.Giovanni...
... una notte tradizionalmente considerata magica...
... mia nonna mi raccontava che il giorno di S.Giovanni bisognava legare un filo di paglia attorno agli alberi di noce...
... perché di notte sarebbe passato "o' travo 'e fuoco pe'ccielo" e avrebbe fatto cadere tutti i frutti dall'albero...
... non ho idea di cosa fosse questa "trave infuocata" che avrebbe solcato i cieli (un'apparizione celeste, un oggetto volante non identificato, un fenomeno atmosferico?), ma è un'immagine che mi ha sempre affascinato...
_________________ "Remembering you standing quiet in the rain as I ran to your heart to be near" - The Cure "Pictures of You"
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| dom giu 24, 2007 12:37 pm |
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