Candelora, Candelora, sole ‘arinto e ‘vierno ‘a fora. Il sole è quello che riscalda il granito bianco del santuario, ‘o ‘vierno è quello che si ferma sul sagrato della casa di Mamma Schiavona. Si ferma per fare spazio ai canti del popolo e al suono di tammorre e castagnette, che intonano preghiere religiose che s’intrecciano a quelle pagane, al culto pre - cristiano che qui, dalle vette di millenaria altezza, torna in vita per abbattere ogni pregiudizio. E’ il vero miracolo che ogni anno, il 2 febbraio, si compie ai piedi della Madonna Nera di Montevergine. C’è tanta Napoli, tra il freddo e la neve che sempre fa da cornice al rito della Candelora. C’è la Napoli che sfida il gelo per la sua Vergine e c’è la Napoli di provincia, quella che non si risparmia per celebrare l’antica cerimonia della Candelora. E c’è l’Irpinia, quella che assiste e partecipa alla liturgia della luce e alla benedizione delle candele, che si accendono, come da tradizione, quand’è cattivo tempo o quando va via la luce. Fuori dalle porte del santuario c’è il rito pagano in tutta la sua sacralità, quella del suono della tammorra e delle castagnette, quella dei cappelli colorati, della grappa e del vino. “Vota!”, gridano i tammurrianti seguendo il ritmo della terra. Gira, ché è tempo di ballare e onorare il rito della Candelora. Il corteo è di quelli unici in Italia, il solo ad unire sotto l’icona sacra della Madonna Nera di Montevergine contadini, gente comune, fedeli, artisti, gay, lesbiche e transgender. La novità di quest’anno sono forse gli antropologi e i registi, che tra block notes, telecamere e macchine digitali seguono il cerimoniale che veloce si dipana all’ombra del santuario irpino. L’assenza di Vladimir Luxuria è compensata dalla forte presenza dei movimenti, come Arcigay, Arcilesbica, RibellArci, I-Ken onlus Napoli, Zia Lidia Social Club, ‘O Ruofolo, insieme a Rifondazione Comunista, Sinistra Europea e Giovani Comunisti. C’è Titti De Simone, deputata di Rifondazione Comunista, segretaria alla Presidenza della Camera e fondatrice di Arcilesbica, Elisabetta Piccolotti, coordinatrice nazionale dei Giovani Comunisti, Saverio Aversa, giornalista di “Liberazione” e referente nazionale di Rifondazione per le culture delle differenze, insieme a Gennaro Imbriano, segretario provinciale del Prc, Francesco Pennella, coordinatore provinciale dei Giovani Comunisti e diversi esponenti irpini del partito. Con loro c’è una larga rappresentanza di gruppi dalla Puglia, da Vallo della Lucania, dal Cilento. E c’è la Napoli che porta il suono delle tammorre di Giugliano, Pomigliano, Ottaviano e dall’Agro Nocerino Sarnese. C’è Totonno ‘o bello, rom di Marano, Andrea, esponente del direttivo del circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” di Roma che sfida il freddo restando a braccia scoperte («tanto noi teniamo gli ormoni»), ma in chiesa copre le spalle con un foulard celeste, in segno di rispetto. Intorno a lui campeggiano due cartelli provocatori, “finocchio”, che non ha bisogno di troppe spiegazioni, e “spiga”, «perché è trans-gender», sottolineano. «Questa è una tradizione che comprende e omaggia la diversità - spiega Andrea - e che dimostra come la cultura popolare sia più avanti dei pregiudizi e come il popolo dei fedeli sia decisamente più avanti delle gerarchie”. Perché il popolo riconosce la dignità della diversità, e in suo onore festeggia, per quella Madonna Nera che con un miracolo salvò i “femmenielli » condannati a morire nel gelo d’inverno sul monte Partenio. Manlio Converti, la «strega maligna», come lo chiamano dalle sue parti, è un esponente dell’associazione I-Ken («perché Ken era gay e Barbie gli ha preferito Big Jim»). Distribuisce i suoi volantini «Meglio finocchio che ignorante ». Manlio è venuto qui la prima volta da bambino, aveva solo un anno ed era con i suoi genitori. Oggi ritorna da gay, nel luogo dove «la cultura popolare si avvicina alla religiosità sentita, non a quella voluta dai vertici della Chiesa ma quella delle persone semplici. Quella vera». Nonostante le telecamere e le macchine fotografiche, il pellegrinaggio al santuario conserva la stessa sacralità che si tramanda dall’epoca del tempio di Cibele, dea ctonia delle grotte e delle montagne, quando i devoti si eviravano e le sacerdotesse iniziavano i vergini, secondo la leggenda, gettando il loro seme alla terra. La musica accompagna il viaggio nelle tradizioni religiose e pagane, mentre uno striscione campeggia poco lontano dalla statua in bronzo di San Guglielmo: “Libero amore in libero Stato”. Quando l’icona della Madonna di Montevergine si appresta a varcare la soglia del santuario la musica, il canto, il suono si fermano. Per ricominciare poco dopo, guidati da Marcello Colasurdo, che come ogni anno intona sul sagrato, insieme a centinaia di fedeli, il suo inno alla Vergine. “So belle sti stelle”, canta mentre le donne salgono la scala santa, rito propiziatorio per la fecondità, accompagnate da tammorre, fiori e candele benedette. “E’ bello stu sole”, canta mentre l’icona s’avvicina, “ma ancora cchiu bbella è Mamma Schiavona”, cantano in coro fedeli, tammurrianti, musicisti, ballerini, gay, lesbiche e femmenielli. Mani al cielo, e il suono delle castagnette al posto del battito delle mani, sono la musica che lenta accompagna il viaggio dell’icona verso l’altare, ornato di fiori, mentre in prima fila i femmenielli portano silenziosi il proprio voto di fede alla Vergine e i Cavalieri dell’Ordine di Malta campeggiano sull’altare. “Accussì sia, accussì sia, facci ‘a grazia Maria”, canta Colasurdo insieme ai fedeli, un’immaginetta sacra della Madonna al collo mentre solo pochi metri più in là, alcuni cartelli inneggiano al riconoscimento dei diritti civili e una bandiera sventola il diritto alla pace. “Lasciateci fare”, grida qualcuno, “chè all’amore non si guarda in bocca”. “Maronna mia, che ci fai ind’a sta cappella, tieni dui occhi ca parono dui stelle”: il silenzio bianco del santuario si riempie della voce calda che sprigiona il rito popolare, fino alla fine, fino a quando il corteo lentamente esce dalla navata e ritorna sul sagrato. “Oì Marò tutta pe ‘tte si fa sta festa. Candelora, Candelora, se fa tutto pe’ Mamma Schiavona”. E ancora tammorre, castagnette, musica e canto. Per aspettare la prima luce della primavera, per rendere omaggio al seme del grano e della vita, all’unica grande madre. La terra.