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Domani 2 febbraio la candelora
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MegaLupo
Iscritto il: ven gen 07, 2005 12:50 pm Messaggi: 14889 Località: Avellino - Salerno andata e ritorno
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 Domani 2 febbraio la candelora
Un rito che si ripete, si rigenera e si rinnova da secoli. Che pur ha subito, in tanto scorrere del tempo, cambiamenti e finalità ma che resta un appuntamento fisso per i devoti. Devoti della tradizione popolar/religiosa e devoti alternativi alla religiosità cattolica. Ancora una volta il sacro si confonde e si amalgama con il profano, ancora una volta il paganesimo raccontato e vissuto, travestito da cattolicesimo. Per raccontare di Mamma Schiavona bisognerebbe narrare due mondi che hanno camminato per secoli in maniera parallela. Questa bellissima icona bizantina, tra l’altro definita come la prima immagine del volto della Madonna, ha affascinato gli uomini, i grandi uomini della storia senza distinzione di culto i più recenti vanno da Pasolini a Karol Wojtyla. Si narra che la più brutta delle sette sorelle, o meglio delle sette Madonne campane, decise di allontanarsi dalla gente e di ritirarsi su di un monte, il monte Partenio che sovrasta la città di Avellino. Durante questa ascesa Mamma Schiavona divenne la più bella ma soprattutto la più miracolosa delle sorelle. La fama della sua miracolosità non si fermò in Irpina ma si allargò per tutta la regione tanto che per giungere al suo santuario, che si dic e essere stato costruito sui resti del tempio di Cibale, il popolo dei devoti da oltre sette secoli affronta un viaggio lungo e faticoso per chiederle la grazia. Il pellegrinaggio a Montevergine è forse uno dei pochi che non ha perso il suo prestigio e la sua ripetitività annuale, non è un pellegrinaggio che si è assottigliato nel tempo. Fino agli anni sessanta erano i carrettoni che partivano dall’agronocerino e dal napoletano, per incontrarsi ad Ospedaletto d’Alpinolo che fungeva da punto di raccolta, erano le processioni di gente che seguiva, si arrampicava su per l’unica mulattiera che portava in alto, dove in santuario era tanto vicino al cielo. Si vegliava la notte, si urlavano le “fronne” si pregava e si chiedeva la grazia. Poi si scendeva in pianura e la musica di devozione diventava festa con il suono delle tammorre. Mamma Schiavona è stata inoltre, invocata per decenni da tante donne che non riuscivano ad avere figli, la supplica era da donna a madre. È stata proprio questa sua particolarità che ha fatto della Vergine nera l’icona sacra preferita dai femminielli, un’immagine a cui a cui destinare i propri pensieri in forma di canto, di ballo o semplicemente di sorriso. La festa a Montevergine è divenuta nel tempo il ritrovo dei femminielli, che hanno portato colore li dove era solo folcklore. Dall’alba al tramonto si ritrovano lì tra gente che arriva da ogni parte d’Italia, simili tra diversi, preghiere tra prot e s t e . Presenza di norma tollerata dai padri Virginiani, se si esclude l’episodio dell’abate Tarcisio Nazzaro nel 2002 quando durante la processione in un impeto di ira scacciò i femminielli additandoli come “i mercanti che affollavano il tempio”.Forse unico episodio di scontro tra cattolicesimo e tradizione popolare durante la festa di mamma Schiavona. Festa spesso però anche strumentalizzata da chi cerca di aprirsi una vetrina su di un universo grande e neanche tanto parallelo e sotterraneo, vedi lo spettacolo di qualche anno fa del tran Luxuria, (oggi deputato!) ritenuto anche dai più permissivi eccessivo e troppo spregiudicato. Cosa altro succederà questo 2 febbraio? chi canterà più forte? I cantori della tradizione con le loro fronne o i femminielli con le loro “chiacchierate” a voce alta?
Luciana Cerreta
_________________ Io non posso giudicare nessuno. Non ho remore contro alcuno. Tuttavia penso sia giunto il momento che voi tutti iniziate a guardare voi stessi, e giudichiate la menzogna nella quale vivete.»
ho il dono dell'ubiquità!!!
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| gio feb 01, 2007 3:18 pm |
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MegaLupo
Iscritto il: ven gen 07, 2005 12:50 pm Messaggi: 14889 Località: Avellino - Salerno andata e ritorno
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_________________ Io non posso giudicare nessuno. Non ho remore contro alcuno. Tuttavia penso sia giunto il momento che voi tutti iniziate a guardare voi stessi, e giudichiate la menzogna nella quale vivete.»
ho il dono dell'ubiquità!!!
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| gio feb 01, 2007 3:19 pm |
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Lupo Galattico
Iscritto il: gio nov 03, 2005 1:38 pm Messaggi: 27235 Località: Rivoli (TO)
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Candelora, Candelora, sole ‘arinto e ‘vierno ‘a fora. Il sole è quello che riscalda il granito bianco del santuario, ‘o ‘vierno è quello che si ferma sul sagrato della casa di Mamma Schiavona. Si ferma per fare spazio ai canti del popolo e al suono di tammorre e castagnette, che intonano preghiere religiose che s’intrecciano a quelle pagane, al culto pre - cristiano che qui, dalle vette di millenaria altezza, torna in vita per abbattere ogni pregiudizio. E’ il vero miracolo che ogni anno, il 2 febbraio, si compie ai piedi della Madonna Nera di Montevergine. C’è tanta Napoli, tra il freddo e la neve che sempre fa da cornice al rito della Candelora. C’è la Napoli che sfida il gelo per la sua Vergine e c’è la Napoli di provincia, quella che non si risparmia per celebrare l’antica cerimonia della Candelora. E c’è l’Irpinia, quella che assiste e partecipa alla liturgia della luce e alla benedizione delle candele, che si accendono, come da tradizione, quand’è cattivo tempo o quando va via la luce. Fuori dalle porte del santuario c’è il rito pagano in tutta la sua sacralità, quella del suono della tammorra e delle castagnette, quella dei cappelli colorati, della grappa e del vino. “Vota!”, gridano i tammurrianti seguendo il ritmo della terra. Gira, ché è tempo di ballare e onorare il rito della Candelora. Il corteo è di quelli unici in Italia, il solo ad unire sotto l’icona sacra della Madonna Nera di Montevergine contadini, gente comune, fedeli, artisti, gay, lesbiche e transgender. La novità di quest’anno sono forse gli antropologi e i registi, che tra block notes, telecamere e macchine digitali seguono il cerimoniale che veloce si dipana all’ombra del santuario irpino. L’assenza di Vladimir Luxuria è compensata dalla forte presenza dei movimenti, come Arcigay, Arcilesbica, RibellArci, I-Ken onlus Napoli, Zia Lidia Social Club, ‘O Ruofolo, insieme a Rifondazione Comunista, Sinistra Europea e Giovani Comunisti. C’è Titti De Simone, deputata di Rifondazione Comunista, segretaria alla Presidenza della Camera e fondatrice di Arcilesbica, Elisabetta Piccolotti, coordinatrice nazionale dei Giovani Comunisti, Saverio Aversa, giornalista di “Liberazione” e referente nazionale di Rifondazione per le culture delle differenze, insieme a Gennaro Imbriano, segretario provinciale del Prc, Francesco Pennella, coordinatore provinciale dei Giovani Comunisti e diversi esponenti irpini del partito. Con loro c’è una larga rappresentanza di gruppi dalla Puglia, da Vallo della Lucania, dal Cilento. E c’è la Napoli che porta il suono delle tammorre di Giugliano, Pomigliano, Ottaviano e dall’Agro Nocerino Sarnese. C’è Totonno ‘o bello, rom di Marano, Andrea, esponente del direttivo del circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” di Roma che sfida il freddo restando a braccia scoperte («tanto noi teniamo gli ormoni»), ma in chiesa copre le spalle con un foulard celeste, in segno di rispetto. Intorno a lui campeggiano due cartelli provocatori, “finocchio”, che non ha bisogno di troppe spiegazioni, e “spiga”, «perché è trans-gender», sottolineano. «Questa è una tradizione che comprende e omaggia la diversità - spiega Andrea - e che dimostra come la cultura popolare sia più avanti dei pregiudizi e come il popolo dei fedeli sia decisamente più avanti delle gerarchie”. Perché il popolo riconosce la dignità della diversità, e in suo onore festeggia, per quella Madonna Nera che con un miracolo salvò i “femmenielli » condannati a morire nel gelo d’inverno sul monte Partenio. Manlio Converti, la «strega maligna», come lo chiamano dalle sue parti, è un esponente dell’associazione I-Ken («perché Ken era gay e Barbie gli ha preferito Big Jim»). Distribuisce i suoi volantini «Meglio finocchio che ignorante ». Manlio è venuto qui la prima volta da bambino, aveva solo un anno ed era con i suoi genitori. Oggi ritorna da gay, nel luogo dove «la cultura popolare si avvicina alla religiosità sentita, non a quella voluta dai vertici della Chiesa ma quella delle persone semplici. Quella vera». Nonostante le telecamere e le macchine fotografiche, il pellegrinaggio al santuario conserva la stessa sacralità che si tramanda dall’epoca del tempio di Cibele, dea ctonia delle grotte e delle montagne, quando i devoti si eviravano e le sacerdotesse iniziavano i vergini, secondo la leggenda, gettando il loro seme alla terra. La musica accompagna il viaggio nelle tradizioni religiose e pagane, mentre uno striscione campeggia poco lontano dalla statua in bronzo di San Guglielmo: “Libero amore in libero Stato”. Quando l’icona della Madonna di Montevergine si appresta a varcare la soglia del santuario la musica, il canto, il suono si fermano. Per ricominciare poco dopo, guidati da Marcello Colasurdo, che come ogni anno intona sul sagrato, insieme a centinaia di fedeli, il suo inno alla Vergine. “So belle sti stelle”, canta mentre le donne salgono la scala santa, rito propiziatorio per la fecondità, accompagnate da tammorre, fiori e candele benedette. “E’ bello stu sole”, canta mentre l’icona s’avvicina, “ma ancora cchiu bbella è Mamma Schiavona”, cantano in coro fedeli, tammurrianti, musicisti, ballerini, gay, lesbiche e femmenielli. Mani al cielo, e il suono delle castagnette al posto del battito delle mani, sono la musica che lenta accompagna il viaggio dell’icona verso l’altare, ornato di fiori, mentre in prima fila i femmenielli portano silenziosi il proprio voto di fede alla Vergine e i Cavalieri dell’Ordine di Malta campeggiano sull’altare. “Accussì sia, accussì sia, facci ‘a grazia Maria”, canta Colasurdo insieme ai fedeli, un’immaginetta sacra della Madonna al collo mentre solo pochi metri più in là, alcuni cartelli inneggiano al riconoscimento dei diritti civili e una bandiera sventola il diritto alla pace. “Lasciateci fare”, grida qualcuno, “chè all’amore non si guarda in bocca”. “Maronna mia, che ci fai ind’a sta cappella, tieni dui occhi ca parono dui stelle”: il silenzio bianco del santuario si riempie della voce calda che sprigiona il rito popolare, fino alla fine, fino a quando il corteo lentamente esce dalla navata e ritorna sul sagrato. “Oì Marò tutta pe ‘tte si fa sta festa. Candelora, Candelora, se fa tutto pe’ Mamma Schiavona”. E ancora tammorre, castagnette, musica e canto. Per aspettare la prima luce della primavera, per rendere omaggio al seme del grano e della vita, all’unica grande madre. La terra.
_________________ SOSTENGO LA MIA CITTA' NON UNA MATRICOLA...
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| sab feb 03, 2007 2:07 pm |
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Super Lupo
Iscritto il: lun apr 03, 2006 7:48 pm Messaggi: 7396 Località: Avellino-Zona Stadio
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i femminielli
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| sab feb 03, 2007 4:29 pm |
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