Sezione dedicata alle discussioni su Passato, Presente e futuro della nostra terra
dom ago 05, 2007 8:09 pm
sempre dal mattino
Fabrizio Corallo Il Premio Sergio Leone di Torella dei Lombardi ha reso omaggio ieri sera a un protagonista del western all’italiana, il giovanissimo sessantottenne Terence Hill che ha sospeso per il week-end le riprese della sesta serie di «Don Matteo» per essere intervistato in pubblico dal direttore artistico della rassegna Gianni Minà e per partecipare alla proiezione di «Il mio nome è Nessuno», il western del 1973 prodotto e sceneggiato da Leone (il regista fu Tonino Valerii), che lo vide al fianco del leggendario Henry Fonda. Mario Girotti, nato a Venezia da padre italiano e madre tedesca, divenne celebre con lo pseudonimo di Terence Hill nel 1967, quando lo scelse prima di girare «Dio perdona... io no» di Giuseppe Colizzi, il primo dei 18 film da lui interpretati con Bud Spencer. Lei ha cominciato a recitare a 12 anni con Dino Risi, ma il richiamo del western è arrivato solo a metà degli anni Sessanta. «Era un genere che mi piaceva molto da spettatore: il primo, ”Danza di guerra per Ringo”, con Stewart Granger, lo girai nel ’65 con il mio vero nome in Germania, dove mi trasferii per tre anni. Nel 1967, quando la grande stagione dei western all’italiana era al tramonto, mi stavo rassegnando a non girarne mai. Ma una volta tornato a casa mi scritturarono per ”Dio perdona... io no”, un western atipico in cui Colizzi per rinnovare il genere inserì una dose di ironia, ispirandosi alle favole di Esopo (il titolo originario era ”Il gatto, il topo e la volpe”). Mentre la Volpe era Frank Wolf, io ero il Gatto, furbo, scanzonato e provocatore e il Cane, il gigante possente e sornione dal cuore d’oro, era un ex olimpionico di nuoto, Carlo Pedersoli, che per l’occasione prese il nome d’arte di Bud Spencer». Così nacque una coppia formidabile. «Sì, l’accoppiata funzionò subito a meraviglia. Già in quel film vennero fuori quei caratteri che ci avrebbero portato fortuna. La conferma giunse con il successivo western di Colizzi, ”I quattro dell’Avemaria”». Nel ’70 e nel ’71 ecco «Lo chiamavano Trinità» e «...Continuavano a chiamarlo Trinità» di E.B. Clucher (al secolo Enzo Barboni), che ebbero successo grazie alla formula che mescolava western e commedia. «Barboni aveva già scritto diverse scene di un terzo capitolo - ”Insistevano a chiamarlo Trinità» - ma allora non c’era la moda delle serie infinite e io e Bad Spencer preferimmo portare gli stessi meccanismi vincenti della nostra coppia in altre commedie di ambientazione moderna». Due anni dopo arrivò «Il mio nome è nessuno», in cui Sergio Leone giocando da produttore con il western classico ed epico, fece incontrare il suo personaggio scanzonato e dissacratore con Henry Fonda, il West in persona. Che rapporto ci fu tra lei e Leone? «A Sergio erano piaciuti molto i due film di Trinità e mi propose di lavorare con lui in un western che avrebbe prodotto e di cui egli stesso aveva scritto varie versioni. Una riecheggiava l’Odissea, ma di essa nell’edizione definitiva rimase solo il nome di Nessuno. Leone seguì giorno per giorno le riprese del film, che si può considerare il suo addio al western tricolore. Tra noi nacque una bella intesa, ma tutti gli attori lo amavano, perché lui si prendeva cura di loro. Prima ti lasciava fare in libertà, poi, se c’era qualcosa da correggere, lo faceva con discrezione e leggerezza. Era un maestro della recitazione». E che cosa ricorda di Henry Fonda? «All’inizio ne ero un po’ intimorito, ma lui fu semplice e cordiale. E poi ammirava molto Leone, con cui aveva lavorato in ”C’era una volta il West”, e si fidava ciecamente di lui. Ricordo che io e Sergio andammo a incontrarlo a Los Angeles prima delle riprese, e in quella occasione ci mettemmo due giorni interi, nelle immense sartorie di Hollywood, per scegliere il cappello adatto al mio personaggio».