ven nov 23, 2007 1:17 am
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ven nov 23, 2007 10:57 pm
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sab nov 24, 2007 2:24 am
sab nov 24, 2007 2:28 am
Lone ha scritto:Il 23 Novembre 1980 era domenica; una splendida domenica di sole.
Almeno all’apparenza.
L’Avellino quel giorno giocava in casa, contro l’Ascoli, una partita importantissima.
L’anno precedente il calcio italiano era stato travolto dallo scandalo delle scommesse e delle partite truccate.
Un paio di giocatori dell’Avellino erano risultati coinvolti nella faccenda e la nostra squadra aveva subito una penalizzazione di cinque punti, cosa gravissima per una società che, per il terzo anno consecutivo, doveva tentare, tra mille difficoltà, di riuscire a salvarsi.
Per compiere il miracolo, l’Avellino aveva bisogno di sfruttare al massimo il fattore campo, raccogliendo punti soprattutto in casa, contro le dirette concorrenti come l’Ascoli.
I tifosi conoscevano bene l’importanza di quella partita e, vista anche la calda giornata di sole, accorsero numerosi al campo sportivo.
Quel pomeriggio del 23 Novembre 1980, nel sole gioioso ed abbacinante di quello strano lembo d’autunno, almeno venticinquemila persone, provenienti da tutta la provincia, andarono a vedere la strepitosa prestazione di un fantastico Avellino che travolse 4 – 2 un disorientato Ascoli.
Ho rivisto più volte la sintesi di quella partita ed è impossibile non avere i brividi al pensiero che le grida di gioia di tutte quelle persone, qualche ora dopo si sarebbero trasformate in urla di terrore, disperazione e morte.
Anche mio nonno paterno andò a vedere la partita, quella domenica, nello splendido pomeriggio di sole.
Allo stadio incontrò un vecchio amico e, con lui, esultò quattro volte per i goal dell’Avellino, e una per il fischio finale.
Alla fine della partita, assieme all’amico, s’incamminarono placidamente verso casa, mescolati alla folla di entusiasti che ancora sventolavano le bandiere biancoverdi nell’aria calda e immobile.
Arrivati in Piazza Libertà, si trattennero ancora qualche minuto a chiacchierare con le tante persone che erano state anch’esse allo stadio e ancora si scambiavano impressioni e commenti.
Si era ormai all’imbrunire e le strade si andavano riempiendo per il consueto passeggio serale.
Intanto la moglie dell’amico di mio nonno aveva raggiunto il marito in piazza: le loro due figlie erano andate a fare una passeggiata per il Corso e la donna insistette per raggiungerle.
Il marito non ne aveva nessuna voglia: di lì a poco sarebbe iniziato “Novantesimo Minuto” e, quindi, la sintesi di Inter – Juventus, il match clou di quella domenica.
La donna insisteva e i due battibeccarono per un po’, finché non l’ebbe vinta l’uomo.
Si avviarono verso casa e mio nonno li osservò allontanarsi.
Non li avrebbe mai più rivisti.
Ore 19,34 del 23 Novembre 1980: ottanta secondi che attraversano con la velocità di un fulmine centinaia di chilometri, devastando tutto ciò che incontrano, frantumando il fragile tufo delle vecchie case, spaccando il cemento armato delle nuove, distruggendo centri storici, cancellando la memoria storica d’intere comunità, travolgendo i sogni, le speranze e le vite di duemilasettecentottantacinque persone, ferendone almeno altre diecimila, cambiando per sempre la vita di centinaia di migliaia di sopravvissuti.
Come si fa a raccontare una scossa sismica del grado 6,8 della scala Richter?
Come si fa a farlo evitando la retorica, i luoghi comuni e l’umana pietà per le vite spezzate di quasi tremila persone?
Tenterò di farlo attraverso il mio sguardo, attraverso lo sguardo del bambino che fui fino alle 19,33 di quel maledettissimo giorno e che, improvvisamente, smisi di essere circa ottanta secondi dopo.
Ogni domenica sera alle 19 la Rai trasmetteva la sintesi di una partita di serie A.
Il 23 Novembre 1980 era in programma Juventus – Inter, una classica molto attesa.
Mio padre e mio fratello la stavano guardando, mentre mia madre era in cucina: aveva infornato delle castagne che ormai erano quasi pronte.
Anch’io ero in salotto davanti alla tv, ma non stavo guardando la partita.
Sulle ginocchia avevo un catalogo di giocattoli e, finalmente, avevo deciso cosa avrei voluto ricevere per Natale.
Mi ero innamorato di una pistola spaziale e me la rimiravo, immaginando fantastici combattimenti su lontani pianeti contro strani esseri malvagi.
Devo dire che per la testa avevo anche un piccolo, grande problema: stranamente quel fine settimana non ero riuscito a risolvere un compito di matematica assegnatoci per il giorno dopo ed ero un po’ preoccupato.
Il divano su cui stavo seduto era di fronte alla finestra e, sebbene non sia in grado oggi di giurarlo, sono sicuro di aver visto un lampo di rosso violento squarciare il buio del cielo oltre le tende.
Immediatamente giunse il boato, assordante come un tuono violentissimo e tutto cominciò a vibrare, ondeggiare, scuoterci come se ci trovassimo su una spaventosa giostra.
Mia madre, dalla cucina, cominciò ad urlare e tutti e quattro corremmo davanti alla porta di casa, tentando di aprirla.
Non ci riuscivamo: le scosse arrivavano una dietro l’altra, come potentissime onde d’urto che facevano tremare il palazzo, scricchiolare le mura, deformare gli stipiti delle porte.
La porta di casa doveva essersi incastrata e noi tentavamo disperatamente di aprirla mentre intorno a noi tutto sembrava dovesse sbriciolarsi e da ogni punto dell’appartamento giungeva il suono di oggetti di vetro che cadevano spaccandosi in mille pezzi.
In quei momenti mi realizzai che, probabilmente, di lì a poco sarei morto e, so bene che può sembrare assurdo e grottesco ma, mentre il terremoto ci sbatteva da una parte all’altra, la nostra vita sembrava appesa ad un filo e la porta non voleva saperne di aprirsi, non riuscivo a togliermi dalla testa il problema di matematica che non ero riuscito a risolvere.
Quando la violenza delle scosse cominciò ad affievolirsi, finalmente, riuscimmo ad aprire la porta.
Le scale erano affollate dagli altri abitanti del palazzo che fuggivano urlando.
Feci qualche passo sul pianerottolo e poggiai una mano sulla ringhiera: la sentì vibrare forte e compresi che il terremoto non aveva ancora esaurito la sua violenza.
Il panico generale mi coinvolse e cominciai a correre giù per le scale, perdendo una pantofola nella fuga.
Abitavo, e abito tuttora, al quarto piano e, come ho già detto diversi capitoli fa, percorrere le scale durante una scossa sismica è una pura idiozia che può costare davvero cara, ma come puoi essere tanto freddo e cosciente, a dieci anni, da mantenere la calma dopo una scossa del decimo grado della scala Mercalli?
Ricordo che l’unico, nel mio palazzo, che ci riuscì fu un anziano maresciallo dei carabinieri, che viveva al terzo piano e che, fermo come una roccia sul pianerottolo, le braccia alzate, cercò, senza apprezzabili risultati, di calmare la gente terrorizzata che fuggiva.
Nei giorni successivi avrei saputo che il Maresciallo non aveva voluto saperne di abbandonare l’edificio ed era rimasto nel suo appartamento, rifiutando sdegnosamente di accamparsi all’esterno.
La moglie rimase al suo fianco, nonostante il terrore delle frequenti scosse di assestamento che continuavano a susseguirsi.
Il Maresciallo è venuto a mancare diversi anni fa: non lo conoscevo bene ma ricorderò sempre il suo coraggio e la sua figura stagliata in mezzo alle scale nel vano tentativo di calmare la folla terrorizzata.
La discesa delle scale mi sembrò durare un’eternità.
Quando, finalmente, riuscimmo ad arrivare all’esterno, mi sentì come improvvisamente svuotato e rimasi per qualche istante interdetto ad osservare la scena surreale davanti ai nostri occhi.
Grossi blocchi di cemento si erano staccati dall’ultimo piano di un edificio vicino e solo per miracolo non avevano schiacciato qualche passante o gli stessi abitanti in fuga.
Una densa nuvola di polvere ristagnava nell’aria e in mezzo ad essa la gente urlava e fuggiva in preda al panico ed alla disperazione.
Qualcuno urlò di attraversare la strada perché dall’altro lato non c’erano edifici che sarebbero potuti crollare travolgendoci e così facemmo tutti, restando ad osservare per qualche minuto le nostre vite e la nostra banale e rassicurante normalità, che erano rimaste dalla parte opposta della strada.
La confusione era totale e nessuno realizzava con precisione cosa diavolo potesse essere accaduto.
L’opinione dominante era che si fosse trattato di un terremoto ma, circolavano anche voci secondo le quali si era trattato dell’esplosione di un potentissimo ordigno a scopo d'attentato e qualcuno sosteneva che poteva trattarsi di un’eruzione del Vesuvio, ipotesi particolarmente assurda, vista la distanza di Avellino dall’area vesuviana.
Come ho già detto prima, all’epoca non esisteva una piena consapevolezza del rischio sismico in Irpinia e tutti furono colti totalmente impreparati.
Non solo non esistevano piani di sicurezza in caso di calamità naturali, ma non c’erano nemmeno mappe del rischio sismico e la popolazione, di conseguenza, non era informata sui comportamenti da attuare in caso di terremoto.
Inoltre bisogna considerare che nel 1980 i sistemi di comunicazione non erano quelli attuali: i telefoni cellulari e internet esistevano solo nelle pagine di qualche scrittore di fantascienza particolarmente creativo.
Le notizie viaggiavano sopratutto attraverso i giornali e i notiziari Rai e, a parte che di lì a poco sarebbe mancata la corrente per quasi tutta la notte, chi diavolo poteva avere il coraggio di tornare in casa a guardare il telegiornale?
Così le voci, trasportate nel vento del passaparola ed alimentate dall’impreparazione e dall’ignoranza, si susseguivano incontrollate.
Cominciò a circolare la diceria che mezza città fosse stata rasa al suolo e qualcuno sosteneva addirittura che presto sarebbe arrivata la cenere e la lava dell’eruzione vulcanica.
La gente cominciò ad organizzarsi per creare un accampamento di fortuna in un campo di calcetto di una scuola vicina e i miei genitori decisero che ci saremmo rifugiati da mia nonna in campagna.
Prima, però, sarebbe stato necessario tornare in casa a recuperare qualche soldo e un po’ di vestiti, giacché eravamo corsi fuori in maglietta e pantofole.
La scossa era terminata dieci minuti prima e l’idea di risalire le quattro rampe di scale del nostro palazzo ormai deserto, con la spada di Damocle di una nuova scossa sospesa sulla testa, era semplicemente terrorizzante.
Per fortuna nessuno pretese atti d'eroismo da un bambino di dieci anni e così furono mio padre e mio fratello, allora diciassettenne, ad affrontare l’impresa.
Io rimasi con mia madre ad aspettare giù, vergognandomi come un cane di non essere abbastanza grande e coraggioso per salire quelle scale.
Ricordo che osai solo entrare nel portone e osservare, lungo la tromba, le figure dei miei che salivano lentamente i gradini, terrorizzato dall’idea che potesse arrivare una nuova scossa.
Sopra successe un piccolo miracolo: durante la fuga mio padre si era chiuso la porta alle spalle senza pensare a prendere le chiavi e, in sostanza, eravamo rimasti chiusi fuori.
Forse a causa delle scosse, la porta non si era evidentemente chiusa del tutto, e i miei, con una semplice spallata, poterono entrare a recuperare un po’ di roba e a staccare acqua, luce e gas.
Dopo un’attesa che mi sembrò interminabile, mio padre e mio fratello finalmente ridiscesero e mia madre ed io potemmo tirare un sospiro di sollievo.
Immediatamente dopo, però, dovemmo di nuovo trattenere il fiato, perché mio padre dovette scendere nel garage a recuperare la macchina.
Il garage si trovava nei sotterranei di un palazzo vicino e occorrevano un po’ di manovre per uscire dal minuscolo posto auto schiacciato tra il muro ed un pilastro.
Con il cuore in gola attendemmo il ritorno di mio padre e ci tranquillizzammo solo quando vedemmo sbucare dal vicolo gl’inconfondibili fari rotondi della nostra Fiat 850 grigia.
Il traffico intanto era impazzito, con famiglie dirette fuori città o a cercare i propri cari e ci mettemmo un’eternità a percorrere i pochi chilometri verso casa della nonna.
Lungo la strada un cartellone pubblicitario avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata in programma, alla periferia della città, l’apertura di un nuovo grande centro commerciale, il primo ad arrivare in Irpinia, e tutta la popolazione era stata invitata alla festa per l’inaugurazione.
Temo proprio che abbiano dovuto rimandarla.
La cosa più assurda di un terremoto è che non colpisce tutti allo stesso modo.
Due persone sono nello stesso appartamento e stanno guardando la tv: uno dei due va in bagno e si salva la vita mentre mezza casa crolla e l’altra persona muore.
Un tizio passeggia per strada e sopravvive perché intanto la sua casa sta venendo giù.
Un altro tizio passeggia per strada e muore perché un palazzo gli crolla addosso mentre casa sua, invece, non ha subito il minimo danno.
Così è la vita.
Le variazioni sul tema sono infinite.
Prendete per esempio mia nonna Emilia: lei il terremoto del 23 Novembre 1980, grado 6,8 della scala Richter, dieci della scala Mercalli, duemilasettecentottantacinque morti, quasi diecimila feriti, circa trecentomila senzatetto, non l’ha nemmeno sentito.
Quando, finalmente, riuscimmo a raggiungere casa sua in campagna, la trovammo placida e tranquilla, come se niente fosse accaduto.
Ci raccontò che nel momento della scossa si trovava in visita a casa di parenti assieme al figlio minore, all’epoca poliziotto in servizio alla questura di Avellino.
Ad un certo punto, mentre stavano chiacchierando placidamente attorno a un tavolo, tutti erano saltati in piedi gridando ed erano fuggiti dall’appartamento, lasciando mia nonna a chiedersi, perplessa, il perché di tutto quel trambusto.
Con somma tranquillità li aveva seguiti all’esterno dell’edificio e lì, fra la gente che fuggiva e gridava, vide, attraverso le finestre illuminate, i lampadari che dondolavano nelle case e comprese finalmente cosa fosse successo.
Mia nonna, però, non fu l’unica a non avvertire il terremoto.
Molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla finché non scesero dall’auto e chiesero candidamente a qualcuno il motivo di tutta quella confusione; mentre molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla ugualmente, ma morirono, travolti dalle macerie di palazzi che vennero giù in un soffio, come castelli di carte.
Così è la vita.
E la morte.
sab nov 24, 2007 2:49 am
sab nov 24, 2007 2:59 am
dove sarai... sarò ha scritto:enri leggere i tuoi interventi sopratutto su certi argomenti mette la pelle d'oca,un sentimento di tristezza sta accompagnado questa giornata... inoltre leggendo certe cose la rabbia x quello ke è stato il dopo terremoto è ancora + forte
sab nov 24, 2007 4:18 am
sab nov 24, 2007 7:48 am
sab nov 24, 2007 12:46 pm
QUESTO VIDEO NN MI E' NUOVO...... INFATTI E' STATO PRESO DA 'LA LEGGENDA DELL'AVELLINO' E ANKE A ME KE NN ERO ANCORA NATO QUANDO LO VIDI MI FECE 1 CERTO EFFETTO............... X FORTUNA DELLA MIA FAMIGLIA NN MORI' NESSUNO MA C'E' 1 EPISODIO KE MI HA RACCONTATO MIO PADRE: ERA TONATO DA 1 PAIO D'ORE DA AVELLINO DOPO AVERSI VISTO AVELLINO-ASCOLI ED AVEVA ANCORA LA SCIARPA ADDOSSO. SI STAVA VEDENDO IL 1' TEMPO DELLA PARTITA DI SERIE A KE A SCELTA FACEVANO VEDERE SU RAI1 ALLE 6-7 NELLA STANZA DOV'ERA LA TV. QUANDO ARRIVO' IL TERREMOTO SI BLOCCO' LA PORTA DELLA CUCINA DOVE SI TROVAVANO I MIEI NONNI E I MIEI 3 ZII, COSI' PER FARLI USCIRE MIO PADRE RUPPE IL VETRO DELLA PORTA CON IL GOMITO KE, OVVIAMENTE, INCOMINCIO' A SANGUINARGLI E GLI MACCHIO' LA SCIARPA. QUELLA SCIARPA CE L'HA ANCORA OGGI E SOPRA SN PRESENTI ANKORA QUELLE MACCHIE DI SANGUE....... CERTO NN E' NIENTE RISPETTO A KI CI HA RIMESSO LA PELLE MA E' CMQ 1 EPISODIO KE, QUANDO MI FU RACCONTATO, MI FECE 1 CERTO EFFETTO SOPRATTUTTO XKE' AVEVO NELLE MIE MANI QUELLA SCIARPA MACCHIATA...........BACCO TARGATO AV ha scritto:mi associo al sito...
importante...
questo video mi fa venire i brividi.
che le tante persone che persero la vita in quel maledetto giorno possano ripasare in pace...
http://www.youtube.com/watch?v=zMOgVbUD7R4