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[Video]27 anni dopo il terremoto...

ven nov 23, 2007 1:17 am

http://it.youtube.com/watch?v=BCixAKjWAQg

:!:

ven nov 23, 2007 9:33 am

pablox certe immagini fanno sempre male

ven nov 23, 2007 5:29 pm

GLI IRPINI NON DIMENTICANO!!!!!!

ven nov 23, 2007 6:12 pm

gli irpini non dimenticano xò nn vedo tutta questa partecipazione ad un argomento molto particolare come il terremoto...

ritornando al video nn è l'unicoke si trova su youtube!!! in 3 minuti il tpo ha detto delle cose veramente pesanti secondo me... voi ve lo siete mai spiegati xkè certi palazzi nn sono mi stati ricostruti ???
io credo ke sia assurdo ke in pienoo centro citta ci siano ancora case in quelle condizioni.. ki dobbiamo ringraziare sta volta???

ven nov 23, 2007 6:34 pm

E oggi sono 27 anni.Capisco quanto brutto sia parlarne, soprattutto per chi l'ha vissuto. Ma è una parte della nostra storia,nn bisogna essere restii a parlarne. C'è questo e un altro topic aperto (questo ormai da tempo) ma nessuno ne parla.Ripeto, lo so ke è difficile ma parliamo di tante stronzate e non di queste cose???

ven nov 23, 2007 6:52 pm

avevo 3 anni
ricordo che è iniziato a ballare tutto.
ricordo nitidamente la corse per le scale in braccio a mio padre
ricordo le 2 notti che abbiamo dormito in macchina sotto la clinica malzoni....2 giorni dopo è nata mia sorella

per non dimenticare...

ven nov 23, 2007 7:08 pm

Avevo 2 anni.
ricordi piuttosto frammentati:
Se ne è andata la luce e mio padre mi prese dal letto e mi copriva la testa per non farmi colpire da un eventuale caduta dell'intonaco.
ricordo la serata trascorsa in macchina nella Opel gialla .
Con l'orecchio teso alle radioline per sentire cosa era accaduto a Sant'Angelo ,ma su sant'angelo non c'erano notizie ,si diceva che l'epicentro era sant'Angelo dei Normanni ma non c'era nessun paese con questo nome.
Le serate trascorse nel magazzino,i falò e la sensibilità di tutte le persone.
per non dimenticare....

ven nov 23, 2007 7:27 pm

http://it.youtube.com/watch?v=BCtecXR3rJc



questo è una registrazione delle scosse di terremoto prese da una radio locale...






Testimonianze
http://it.youtube.com/watch?v=YVUSaSKiBwA

ven nov 23, 2007 8:36 pm

23 Novembre 1980...23 Novembre 2007
Per non dimenticare.
Fiero di essere irpino!

ven nov 23, 2007 8:55 pm

Ho preso questa poesia dal sito degli Original Fans...è di Michele Bortone:23 novembre 1980

Quel tragico ventitré novembre
correndo e scherzando per le strade,
una bella giornata di festa
avvolta dentro un tiepido sole.

Pensavo fra un mese è Natale
e quanti ricordi di amici e miei cari lontani,
vola il mio pensiero tra loro
rincorrendosi con la luce, il mio cuore palpita e mi dice,
questo giorno non finisce mai.

Vai speranza corri anche tu tra loro
non chiudere mai il tramonto,
e non fermarti a guardare,
fai che la notte non insegua più il giorno
e fermi il vento che mi porta il pianto,
e le grida di aiuto di quella povera gente.

ven nov 23, 2007 9:00 pm

Ho letto qst cosa e mi sono venute le lacrime agli occhi:""non ti preoccupare mamma, se il terremoto torna io lo sparo"...
Riposate in pace!

ven nov 23, 2007 10:57 pm

non c'ero ma siete veramente mitici raccontando così bene....Fiero di Essere Irpino

ven nov 23, 2007 10:57 pm

io ero da pochi mesi in svizzera
ho perso mio nonno
ela ma famiglia si é scampata per miracolo
perché se erano al piano notte poteva essere una tragedia
perché è venuta giü mezza casa,

sab nov 24, 2007 2:24 am

Nel prossimo post troverete il seguito di quel memoriale sul terremoto che scrissi anni or sono. E' lunghetto, spero che non sia noioso, parla della notte tra il 23 e il 24 novembre e del nostro risveglio in una città sconvolta.

sab nov 24, 2007 2:28 am

Lone ha scritto:Il 23 Novembre 1980 era domenica; una splendida domenica di sole.

Almeno all’apparenza.

L’Avellino quel giorno giocava in casa, contro l’Ascoli, una partita importantissima.
L’anno precedente il calcio italiano era stato travolto dallo scandalo delle scommesse e delle partite truccate.
Un paio di giocatori dell’Avellino erano risultati coinvolti nella faccenda e la nostra squadra aveva subito una penalizzazione di cinque punti, cosa gravissima per una società che, per il terzo anno consecutivo, doveva tentare, tra mille difficoltà, di riuscire a salvarsi.
Per compiere il miracolo, l’Avellino aveva bisogno di sfruttare al massimo il fattore campo, raccogliendo punti soprattutto in casa, contro le dirette concorrenti come l’Ascoli.
I tifosi conoscevano bene l’importanza di quella partita e, vista anche la calda giornata di sole, accorsero numerosi al campo sportivo.

Quel pomeriggio del 23 Novembre 1980, nel sole gioioso ed abbacinante di quello strano lembo d’autunno, almeno venticinquemila persone, provenienti da tutta la provincia, andarono a vedere la strepitosa prestazione di un fantastico Avellino che travolse 4 – 2 un disorientato Ascoli.

Ho rivisto più volte la sintesi di quella partita ed è impossibile non avere i brividi al pensiero che le grida di gioia di tutte quelle persone, qualche ora dopo si sarebbero trasformate in urla di terrore, disperazione e morte.

Anche mio nonno paterno andò a vedere la partita, quella domenica, nello splendido pomeriggio di sole.
Allo stadio incontrò un vecchio amico e, con lui, esultò quattro volte per i goal dell’Avellino, e una per il fischio finale.
Alla fine della partita, assieme all’amico, s’incamminarono placidamente verso casa, mescolati alla folla di entusiasti che ancora sventolavano le bandiere biancoverdi nell’aria calda e immobile.
Arrivati in Piazza Libertà, si trattennero ancora qualche minuto a chiacchierare con le tante persone che erano state anch’esse allo stadio e ancora si scambiavano impressioni e commenti.
Si era ormai all’imbrunire e le strade si andavano riempiendo per il consueto passeggio serale.
Intanto la moglie dell’amico di mio nonno aveva raggiunto il marito in piazza: le loro due figlie erano andate a fare una passeggiata per il Corso e la donna insistette per raggiungerle.
Il marito non ne aveva nessuna voglia: di lì a poco sarebbe iniziato “Novantesimo Minuto” e, quindi, la sintesi di Inter – Juventus, il match clou di quella domenica.
La donna insisteva e i due battibeccarono per un po’, finché non l’ebbe vinta l’uomo.
Si avviarono verso casa e mio nonno li osservò allontanarsi.
Non li avrebbe mai più rivisti.

Ore 19,34 del 23 Novembre 1980: ottanta secondi che attraversano con la velocità di un fulmine centinaia di chilometri, devastando tutto ciò che incontrano, frantumando il fragile tufo delle vecchie case, spaccando il cemento armato delle nuove, distruggendo centri storici, cancellando la memoria storica d’intere comunità, travolgendo i sogni, le speranze e le vite di duemilasettecentottantacinque persone, ferendone almeno altre diecimila, cambiando per sempre la vita di centinaia di migliaia di sopravvissuti.

Come si fa a raccontare una scossa sismica del grado 6,8 della scala Richter?

Come si fa a farlo evitando la retorica, i luoghi comuni e l’umana pietà per le vite spezzate di quasi tremila persone?

Tenterò di farlo attraverso il mio sguardo, attraverso lo sguardo del bambino che fui fino alle 19,33 di quel maledettissimo giorno e che, improvvisamente, smisi di essere circa ottanta secondi dopo.

Ogni domenica sera alle 19 la Rai trasmetteva la sintesi di una partita di serie A.
Il 23 Novembre 1980 era in programma Juventus – Inter, una classica molto attesa.
Mio padre e mio fratello la stavano guardando, mentre mia madre era in cucina: aveva infornato delle castagne che ormai erano quasi pronte.
Anch’io ero in salotto davanti alla tv, ma non stavo guardando la partita.
Sulle ginocchia avevo un catalogo di giocattoli e, finalmente, avevo deciso cosa avrei voluto ricevere per Natale.
Mi ero innamorato di una pistola spaziale e me la rimiravo, immaginando fantastici combattimenti su lontani pianeti contro strani esseri malvagi.
Devo dire che per la testa avevo anche un piccolo, grande problema: stranamente quel fine settimana non ero riuscito a risolvere un compito di matematica assegnatoci per il giorno dopo ed ero un po’ preoccupato.

Il divano su cui stavo seduto era di fronte alla finestra e, sebbene non sia in grado oggi di giurarlo, sono sicuro di aver visto un lampo di rosso violento squarciare il buio del cielo oltre le tende.

Immediatamente giunse il boato, assordante come un tuono violentissimo e tutto cominciò a vibrare, ondeggiare, scuoterci come se ci trovassimo su una spaventosa giostra.

Mia madre, dalla cucina, cominciò ad urlare e tutti e quattro corremmo davanti alla porta di casa, tentando di aprirla.

Non ci riuscivamo: le scosse arrivavano una dietro l’altra, come potentissime onde d’urto che facevano tremare il palazzo, scricchiolare le mura, deformare gli stipiti delle porte.
La porta di casa doveva essersi incastrata e noi tentavamo disperatamente di aprirla mentre intorno a noi tutto sembrava dovesse sbriciolarsi e da ogni punto dell’appartamento giungeva il suono di oggetti di vetro che cadevano spaccandosi in mille pezzi.

In quei momenti mi realizzai che, probabilmente, di lì a poco sarei morto e, so bene che può sembrare assurdo e grottesco ma, mentre il terremoto ci sbatteva da una parte all’altra, la nostra vita sembrava appesa ad un filo e la porta non voleva saperne di aprirsi, non riuscivo a togliermi dalla testa il problema di matematica che non ero riuscito a risolvere.

Quando la violenza delle scosse cominciò ad affievolirsi, finalmente, riuscimmo ad aprire la porta.

Le scale erano affollate dagli altri abitanti del palazzo che fuggivano urlando.
Feci qualche passo sul pianerottolo e poggiai una mano sulla ringhiera: la sentì vibrare forte e compresi che il terremoto non aveva ancora esaurito la sua violenza.
Il panico generale mi coinvolse e cominciai a correre giù per le scale, perdendo una pantofola nella fuga.

Abitavo, e abito tuttora, al quarto piano e, come ho già detto diversi capitoli fa, percorrere le scale durante una scossa sismica è una pura idiozia che può costare davvero cara, ma come puoi essere tanto freddo e cosciente, a dieci anni, da mantenere la calma dopo una scossa del decimo grado della scala Mercalli?

Ricordo che l’unico, nel mio palazzo, che ci riuscì fu un anziano maresciallo dei carabinieri, che viveva al terzo piano e che, fermo come una roccia sul pianerottolo, le braccia alzate, cercò, senza apprezzabili risultati, di calmare la gente terrorizzata che fuggiva.

Nei giorni successivi avrei saputo che il Maresciallo non aveva voluto saperne di abbandonare l’edificio ed era rimasto nel suo appartamento, rifiutando sdegnosamente di accamparsi all’esterno.
La moglie rimase al suo fianco, nonostante il terrore delle frequenti scosse di assestamento che continuavano a susseguirsi.
Il Maresciallo è venuto a mancare diversi anni fa: non lo conoscevo bene ma ricorderò sempre il suo coraggio e la sua figura stagliata in mezzo alle scale nel vano tentativo di calmare la folla terrorizzata.

La discesa delle scale mi sembrò durare un’eternità.
Quando, finalmente, riuscimmo ad arrivare all’esterno, mi sentì come improvvisamente svuotato e rimasi per qualche istante interdetto ad osservare la scena surreale davanti ai nostri occhi.
Grossi blocchi di cemento si erano staccati dall’ultimo piano di un edificio vicino e solo per miracolo non avevano schiacciato qualche passante o gli stessi abitanti in fuga.
Una densa nuvola di polvere ristagnava nell’aria e in mezzo ad essa la gente urlava e fuggiva in preda al panico ed alla disperazione.

Qualcuno urlò di attraversare la strada perché dall’altro lato non c’erano edifici che sarebbero potuti crollare travolgendoci e così facemmo tutti, restando ad osservare per qualche minuto le nostre vite e la nostra banale e rassicurante normalità, che erano rimaste dalla parte opposta della strada.
La confusione era totale e nessuno realizzava con precisione cosa diavolo potesse essere accaduto.

L’opinione dominante era che si fosse trattato di un terremoto ma, circolavano anche voci secondo le quali si era trattato dell’esplosione di un potentissimo ordigno a scopo d'attentato e qualcuno sosteneva che poteva trattarsi di un’eruzione del Vesuvio, ipotesi particolarmente assurda, vista la distanza di Avellino dall’area vesuviana.

Come ho già detto prima, all’epoca non esisteva una piena consapevolezza del rischio sismico in Irpinia e tutti furono colti totalmente impreparati.
Non solo non esistevano piani di sicurezza in caso di calamità naturali, ma non c’erano nemmeno mappe del rischio sismico e la popolazione, di conseguenza, non era informata sui comportamenti da attuare in caso di terremoto.
Inoltre bisogna considerare che nel 1980 i sistemi di comunicazione non erano quelli attuali: i telefoni cellulari e internet esistevano solo nelle pagine di qualche scrittore di fantascienza particolarmente creativo.
Le notizie viaggiavano sopratutto attraverso i giornali e i notiziari Rai e, a parte che di lì a poco sarebbe mancata la corrente per quasi tutta la notte, chi diavolo poteva avere il coraggio di tornare in casa a guardare il telegiornale?

Così le voci, trasportate nel vento del passaparola ed alimentate dall’impreparazione e dall’ignoranza, si susseguivano incontrollate.
Cominciò a circolare la diceria che mezza città fosse stata rasa al suolo e qualcuno sosteneva addirittura che presto sarebbe arrivata la cenere e la lava dell’eruzione vulcanica.
La gente cominciò ad organizzarsi per creare un accampamento di fortuna in un campo di calcetto di una scuola vicina e i miei genitori decisero che ci saremmo rifugiati da mia nonna in campagna.
Prima, però, sarebbe stato necessario tornare in casa a recuperare qualche soldo e un po’ di vestiti, giacché eravamo corsi fuori in maglietta e pantofole.
La scossa era terminata dieci minuti prima e l’idea di risalire le quattro rampe di scale del nostro palazzo ormai deserto, con la spada di Damocle di una nuova scossa sospesa sulla testa, era semplicemente terrorizzante.
Per fortuna nessuno pretese atti d'eroismo da un bambino di dieci anni e così furono mio padre e mio fratello, allora diciassettenne, ad affrontare l’impresa.
Io rimasi con mia madre ad aspettare giù, vergognandomi come un cane di non essere abbastanza grande e coraggioso per salire quelle scale.

Ricordo che osai solo entrare nel portone e osservare, lungo la tromba, le figure dei miei che salivano lentamente i gradini, terrorizzato dall’idea che potesse arrivare una nuova scossa.

Sopra successe un piccolo miracolo: durante la fuga mio padre si era chiuso la porta alle spalle senza pensare a prendere le chiavi e, in sostanza, eravamo rimasti chiusi fuori.
Forse a causa delle scosse, la porta non si era evidentemente chiusa del tutto, e i miei, con una semplice spallata, poterono entrare a recuperare un po’ di roba e a staccare acqua, luce e gas.
Dopo un’attesa che mi sembrò interminabile, mio padre e mio fratello finalmente ridiscesero e mia madre ed io potemmo tirare un sospiro di sollievo.

Immediatamente dopo, però, dovemmo di nuovo trattenere il fiato, perché mio padre dovette scendere nel garage a recuperare la macchina.
Il garage si trovava nei sotterranei di un palazzo vicino e occorrevano un po’ di manovre per uscire dal minuscolo posto auto schiacciato tra il muro ed un pilastro.
Con il cuore in gola attendemmo il ritorno di mio padre e ci tranquillizzammo solo quando vedemmo sbucare dal vicolo gl’inconfondibili fari rotondi della nostra Fiat 850 grigia.
Il traffico intanto era impazzito, con famiglie dirette fuori città o a cercare i propri cari e ci mettemmo un’eternità a percorrere i pochi chilometri verso casa della nonna.

Lungo la strada un cartellone pubblicitario avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata in programma, alla periferia della città, l’apertura di un nuovo grande centro commerciale, il primo ad arrivare in Irpinia, e tutta la popolazione era stata invitata alla festa per l’inaugurazione.
Temo proprio che abbiano dovuto rimandarla.

La cosa più assurda di un terremoto è che non colpisce tutti allo stesso modo.
Due persone sono nello stesso appartamento e stanno guardando la tv: uno dei due va in bagno e si salva la vita mentre mezza casa crolla e l’altra persona muore.
Un tizio passeggia per strada e sopravvive perché intanto la sua casa sta venendo giù.
Un altro tizio passeggia per strada e muore perché un palazzo gli crolla addosso mentre casa sua, invece, non ha subito il minimo danno.

Così è la vita.

Le variazioni sul tema sono infinite.
Prendete per esempio mia nonna Emilia: lei il terremoto del 23 Novembre 1980, grado 6,8 della scala Richter, dieci della scala Mercalli, duemilasettecentottantacinque morti, quasi diecimila feriti, circa trecentomila senzatetto, non l’ha nemmeno sentito.

Quando, finalmente, riuscimmo a raggiungere casa sua in campagna, la trovammo placida e tranquilla, come se niente fosse accaduto.

Ci raccontò che nel momento della scossa si trovava in visita a casa di parenti assieme al figlio minore, all’epoca poliziotto in servizio alla questura di Avellino.
Ad un certo punto, mentre stavano chiacchierando placidamente attorno a un tavolo, tutti erano saltati in piedi gridando ed erano fuggiti dall’appartamento, lasciando mia nonna a chiedersi, perplessa, il perché di tutto quel trambusto.
Con somma tranquillità li aveva seguiti all’esterno dell’edificio e lì, fra la gente che fuggiva e gridava, vide, attraverso le finestre illuminate, i lampadari che dondolavano nelle case e comprese finalmente cosa fosse successo.

Mia nonna, però, non fu l’unica a non avvertire il terremoto.

Molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla finché non scesero dall’auto e chiesero candidamente a qualcuno il motivo di tutta quella confusione; mentre molte persone che erano in macchina non si resero conto di nulla ugualmente, ma morirono, travolti dalle macerie di palazzi che vennero giù in un soffio, come castelli di carte.

Così è la vita.

E la morte.


Mia nonna non era sola: era stata raggiunta da mio zio con la moglie e il bambino di quattro anni, tutti e tre ovviamente scossi ma, fortunatamente illesi.
Anche il cognato di mia nonna, che abitava dall’altro lato della casa colonica era circondato da un’ampia rappresentanza della famiglia e, fra loro, anche Pino, il mio amico per la pelle.
Subito, tutti facemmo capannello sull’aia, per raccontarci le rispettive esperienze.
Le idee erano confuse un po’ per tutti: era ormai abbastanza chiaro che c’era stato un forte terremoto.
Tutto il resto era ignoto.
Quanto era stato forte il sisma?
Dov’era l’epicentro?
C’erano state vittime?
Quante?
Stava arrivando la fine del mondo?
Quella sera c’era una luna meravigliosa e proprio essa divenne la protagonista di una leggenda metropolitana che circolò per parecchio tempo.
Moltissimi affermarono che la luna sorta quella sera del terremoto fosse rossa come il sangue e tutti associarono i due fenomeni.
Che la luna fosse rossa, in effetti, è assolutamente plausibile perché è risaputo che tale colore è normale quando la luna è bassa all’orizzonte e quindi velata dal pulviscolo sospeso nell’atmosfera.
L’idea che la luna rosso sangue di quella sera fosse annuncio della sventura incombente permeò con tale forza la coscienza collettiva che, per molto tempo, tutti guardarono con sospetto e preoccupazione il verificarsi del fenomeno atmosferico.
Le storie e le leggende che circolarono in quei giorni furono tantissime e andavano dai cani che più persone avevano sentito ululare disperatamente, subito prima della scossa, agli avvertimenti inascoltati di zingare e veggenti che avevano previsto il terribile disastro; dal presunto ribollire delle sorgenti, al lampo rosso nel cielo che anch’io avevo visto.
Un altro fenomeno che moltissimi, tra cui mia madre, raccontarono di avere avvertito fu un fruscio, come un vento rabbioso che si era sollevato un istante prima della scossa.
E’ probabile che gli scienziati smentiscano questi fenomeni ed è altrettanto probabile che, in molti casi, abbiano ragione loro.
Una cosa è certa: non mi risulta che nessuno di loro fosse in Irpinia quella maledetta sera.

Mia nonna viveva in una vecchia casa di campagna ad un solo piano, costruita probabilmente alla fine dell’ottocento.
Era un’abitazione di contadini e, quindi, era scarna, essenziale ma dignitosa, con le travi di legno a vista che reggevano il soffitto e, per accedere alle stalle, una botola sul retro che, in tempo di guerra, era stata usata anche come uscita di sicurezza durante i bombardamenti alleati, ma che, ormai non serviva più, visto che mia nonna non aveva più bestiame.
Sebbene vecchia e costruita in maniera di certo non impeccabile, la casa sembrava aver resistito abbastanza bene, anche perché non era molto alta: aveva un solo piano abitabile, al di sotto, semi-interrati, c’erano stalle e magazzini, e sopra un ampio solaio adibito a deposito, su cui poggiavano i tetti spioventi.
In diversi punti della struttura erano visibili vistose lesioni ma non era possibile un’accurata stima dei danni perché la luce era andata via e non sarebbe tornata prima di diverse ore.
Mia nonna accese il fuoco nel camino e la fiamma, scoppiettando, ci riportò un pizzico di ottimismo e buonumore.
Non era ancora tempo di riposarsi, però: non avevamo notizie dei nonni paterni che abitavano nei pressi del centro storico e mio padre era molto preoccupato.
Decise di andarli a cercare e, assieme a mio fratello, ritornò in città con la macchina.
Mentre gli altri si scaldavano al fuoco, ricordo che andai alla finestra sul retro, a guardare le prime case della città che distavano forse meno di un chilometro in linea d’aria.
La scena era tetra e surreale, solo buio e silenzio, e sentì un brivido di freddo entrarmi nelle ossa.
La luce elettrica, da un secolo a questa parte, ha cambiato profondamente le nostre abitudini e i nostri comportamenti sociali.
Oggi diamo per scontato che l’oscurità della notte venga rischiarata dai lampioni e dalle luci dei negozi e abbiamo dimenticato quanto possa essere terrorizzante ritrovarsi immersi nel buio.
Quest’atavica condizione, quella sera, era peggiorata dal fatto che non sapevamo cosa fosse successo, che fine avesse fatto una parte dei nostri cari, se la terra dovesse tremare ancora e altre dieci, cento, mille angoscianti domande.
Quando, finalmente, ritornarono mio padre e mio fratello, ci portarono una notizia buona e molte pessime.
I nonni, a quanto pare, stavano bene: il loro palazzo era integro e, in piazza, avevano lasciato detto a dei conoscenti che non si erano fatti un graffio e che si sarebbero diretti verso casa nostra, per accertarsi delle nostre condizioni.
Le pessime notizie riguardavano il fatto che molti palazzi erano crollati.
Le maggiori distruzioni si erano verificate nei pressi del centro storico.
Via Generale Cascino era ridotta ad un cumulo di macerie, alcuni edifici erano crollati a poca distanza dalla casa dei nonni e Dio solo poteva sapere cosa fosse successo nei vicoli più remoti.
Molti dei superstiti, fuggiti dalle loro case, si erano raccolti in Piazza Libertà, dove avevano acceso dei fuochi in attesa dell’alba e dei soccorsi.
Alla fine avevamo avuto la conferma dei nostri timori: dovevano esserci state molte vittime.
La situazione era gravissima e non c’erano dubbi che non saremmo potuti tornare a casa per parecchio tempo. I miei decisero, così, di tornare di nuovo al nostro appartamento per recuperare vestiti, coperte e anche del cibo che sarebbe tornato davvero utile, visto che fare la spesa, nei giorni successivi, sarebbe stato impossibile.
La nostra 850, con a bordo i miei genitori, fu di nuovo inghiottita dal buio e io trattenni il fiato finché non tornarono, per il timore che una nuova scossa potesse sorprenderli nel nostro palazzo.
Per fortuna non accadde.
Da casa i miei portarono anche le castagne al forno che aveva preparato mia madre e il loro sapore caldo e familiare donò a tutti un’improvvisa e incongrua allegria.
Non avemmo modo per tutta la notte di avere ulteriori notizie: la luce continuava a mancare e mia nonna non aveva il telefono che, del resto, sarebbe probabilmente stato inutile, giacché le linee telefoniche erano sicuramente interrotte.
Provammo a sintonizzare la vecchia radio ma non riuscimmo a captare che fischi e fruscii.
Con la notte era calata una fitta nebbia che sbirciavamo preoccupati dalla porta finestra.
Mia zia sosteneva si trattasse dei fumi dell’eruzione del Vesuvio che ci avevano ormai raggiunto.
La cosa mi sembrava alquanto improbabile ma quasi ci credetti.
Per fortuna la lava non arrivò mai e, un po’ alla volta, tutti ci assopimmo accanto al fuoco.
Ricordo che caddi ben presto in un agitato dormiveglia, denso di sogni strani e, ad un certo punto, mi ritrovai a scuola a scherzare con i miei compagni.
Il terremoto non c’era mai stato, non sapevo nemmeno bene cosa fosse un terremoto, dovevo averlo sognato, meno male!

Una nuova forte scossa mi risvegliò improvvisamente e mi rigettò nell’orrore che da diverse ore stavo ormai vivendo. Mi buttai giù dal letto e diedi l’allarme generale: tutti si svegliarono e corsero fuori.
Io mi fermai un attimo sull’uscio e, con la mano poggiata sullo stipite della porta, percepì chiaramente le violente vibrazioni della scossa e compresi solo allora che quello che stava succedendo non era un incubo e che non sarebbe terminato tanto presto.

L’alba arrivò al termine della notte, come sempre, ma prendendoci quasi di sorpresa.
Dopo l’ultima scossa eravamo rientrati in casa ma il sonno era passato a tutti.
Appena il chiarore del giorno si diffuse, andai a chiamare Pino dall’altra lato del casolare.
Anche da quelle parti la notte era stata una lunga e faticosa veglia.
Lentamente, sorse una mattina livida e fredda.
Non c’era alcuna traccia del caldo e del sole abbacinante dei giorni prima.
Io e Pino ci coprimmo per bene e ce ne andammo in giro per la campagna, cercando di chiarirci le idee confuse dagli avvenimenti della sera prima.
Eravamo, però, pur sempre dei bambini e cominciammo a sfogliare avidamente il catalogo di giocattoli che avevo nelle mani al momento della scossa e che mia madre mi aveva portato da casa.
Pino era d’accordo con me che gli oggetti più belli erano, senza dubbio, le pistole spaziali, e stabilimmo che anche lui se ne sarebbe fatta regalare una, per giocare assieme.
Mentre stavamo bighellonando nei pressi della casa, arrivarono i miei nonni paterni.
Mia nonna era ancora abbastanza sconvolta e, dopo aver preso un caffè ed essersi scaldati vicino al fuoco, ci raccontarono le loro avventure della sera prima, che io difficilmente potrò dimenticare.

Dopo la partita dell’Avellino e le chiacchiere con gli amici in piazza, mio nonno era tornato a casa.
Assieme a mia nonna avevano cenato e stavano guardando la televisione quando, improvvisamente, avevano sentito un fruscio, come un forte vento, far scricchiolare le imposte.
Mia nonna aveva pensato ad un temporale e stava per andare a vedere, quando un boato aveva squarciato l’aria e il palazzo aveva preso a sollevarsi, abbassarsi e dondolare come un pendolo.
Istintivamente, marito e moglie si erano abbracciati e, stretti l’un l’altro, avevano cercato di dirigersi verso la porta.
Le scosse li sbatacchiavano da una parte all’altra del corridoio che sembrava essere diventato lungo chilometri.
Ad un certo punto un altro rumore violento e cupo come un urlo.
L’urlo della pietra e della carne che si spaccavano, si sbriciolavano in mille pezzi e crollavano, infine, fondendo la polvere e il sangue in un unico grumo di dolore.
I miei nonni avevano pensato che il loro palazzo stesse crollando o che, in parte, fosse già crollato e stavano per raccomandare la loro anima a Dio, quando, per fortuna, la scossa aveva cominciato a scemare.
Una volta scesi in strada, si erano resi conto che era crollato un palazzo a meno di trenta metri da casa loro e che molti degli abitanti dovevano essere rimasti sotto le macerie.
Era venuto giù anche l’ultimo piano di un palazzo di fronte, causando sicuramente due vittime, una persona che sembra stesse passando di lì per caso e un ragazzo che abitava nel palazzo e che, per primo, era corso fuori ed era stato travolto dalle pietre che erano cadute dall’alto.
Quelle scene orribili avevano sconvolto i nonni che, immediatamente, si erano preoccupati per la nostra sorte.
E così, restando sempre abbracciati, avevano percorso le strade di Avellino in preda al caos, con il terrore crescente di arrivare a casa nostra e di trovarla ridotta in macerie.
Giunti dalle nostre parti, avevano tirato un gran sospiro: avevano incontrato dei nostri vicini che li avevano rassicurati sulle nostre condizioni.
I nonni avevano deciso, quindi, di tornare in piazza e di passare la notte all’aperto con le tante persone che lì si erano rifugiate.
L’orrore non era terminato: la città era in preda al black out elettrico ma, la sia pur tremolante luce dei falò, accesi dai sopravvissuti, era stata sufficiente per rendersi conto che Via Cascino, un’altra traversa della piazza, il cui retro affacciava sugli strani giardini pensili sul lato posteriore della casa dei nonni, era ridotta ad un cumulo di macerie.
La cosa più terribile, però, era avvenuta quando, nel buio pressoché totale, nella confusione delle scosse di assestamento e nella disorganizzazione dei soccorsi che non si erano ancora visti, mio nonno e altre persone avevano percorso i cumuli di macerie alla ricerca di legno per alimentare i fuochi accesi in piazza.
Sotto i loro piedi si sentiva la gente sepolta urlare.
Ultima modifica di Lone il sab nov 24, 2007 3:31 am, modificato 1 volta in totale.

sab nov 24, 2007 2:49 am

enri leggere i tuoi interventi sopratutto su certi argomenti mette la pelle d'oca,un sentimento di tristezza sta accompagnado questa giornata... inoltre leggendo certe cose la rabbia x quello ke è stato il dopo terremoto è ancora + forte

sab nov 24, 2007 2:59 am

dove sarai... sarò ha scritto:enri leggere i tuoi interventi sopratutto su certi argomenti mette la pelle d'oca,un sentimento di tristezza sta accompagnado questa giornata... inoltre leggendo certe cose la rabbia x quello ke è stato il dopo terremoto è ancora + forte


Mo' ti racconto una cosa... stasera stavo chiacchierando con due amici... parlavamo di femmene e di pallone (ma soprattutto femmene, per la verità... :roll: ), quando abbiamo guardato l'orologio e ci siamo resi conto che mancavano pochi minuti ai fatidici 19,34...

... ci siamo guardati... non sapevamo che dire, il pensiero di quei giorni orribili ci ha assaliti... poi, come per spezzare la tensione, abbiamo continuato a parlare di femmene e pallone (ma soprattutto di femmene) e quando abbiamo guardato l'orologio le 19,34 erano passate da un pezzo...

... la morale di questa storiella (posto che ne abbia una)?

Alla fine la vita e le femmene vincono su tutto... :)

... ma soprattutto le femmene... :roll:

sab nov 24, 2007 4:18 am

lo so la vita va avanti... xò l'impoertante è non dimenticare

PER NON DIMENTICARE

sab nov 24, 2007 7:48 am

mi associo al sito...
importante...

questo video mi fa venire i brividi.

che le tante persone che persero la vita in quel maledetto giorno possano ripasare in pace...

http://www.youtube.com/watch?v=zMOgVbUD7R4

Re: PER NON DIMENTICARE

sab nov 24, 2007 12:46 pm

BACCO TARGATO AV ha scritto:mi associo al sito...
importante...

questo video mi fa venire i brividi.

che le tante persone che persero la vita in quel maledetto giorno possano ripasare in pace...

http://www.youtube.com/watch?v=zMOgVbUD7R4
QUESTO VIDEO NN MI E' NUOVO...... INFATTI E' STATO PRESO DA 'LA LEGGENDA DELL'AVELLINO' E ANKE A ME KE NN ERO ANCORA NATO QUANDO LO VIDI MI FECE 1 CERTO EFFETTO............... X FORTUNA DELLA MIA FAMIGLIA NN MORI' NESSUNO MA C'E' 1 EPISODIO KE MI HA RACCONTATO MIO PADRE: ERA TONATO DA 1 PAIO D'ORE DA AVELLINO DOPO AVERSI VISTO AVELLINO-ASCOLI ED AVEVA ANCORA LA SCIARPA ADDOSSO. SI STAVA VEDENDO IL 1' TEMPO DELLA PARTITA DI SERIE A KE A SCELTA FACEVANO VEDERE SU RAI1 ALLE 6-7 NELLA STANZA DOV'ERA LA TV. QUANDO ARRIVO' IL TERREMOTO SI BLOCCO' LA PORTA DELLA CUCINA DOVE SI TROVAVANO I MIEI NONNI E I MIEI 3 ZII, COSI' PER FARLI USCIRE MIO PADRE RUPPE IL VETRO DELLA PORTA CON IL GOMITO KE, OVVIAMENTE, INCOMINCIO' A SANGUINARGLI E GLI MACCHIO' LA SCIARPA. QUELLA SCIARPA CE L'HA ANCORA OGGI E SOPRA SN PRESENTI ANKORA QUELLE MACCHIE DI SANGUE....... CERTO NN E' NIENTE RISPETTO A KI CI HA RIMESSO LA PELLE MA E' CMQ 1 EPISODIO KE, QUANDO MI FU RACCONTATO, MI FECE 1 CERTO EFFETTO SOPRATTUTTO XKE' AVEVO NELLE MIE MANI QUELLA SCIARPA MACCHIATA...........
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