Sezione dedicata alle discussioni su Passato, Presente e futuro della nostra terra
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mer gen 10, 2007 12:15 pm

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Questo è il quotidiano locale

mer gen 10, 2007 12:17 pm

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La Dogana

mer gen 10, 2007 12:18 pm

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Via Roma

mer gen 10, 2007 12:41 pm

Diversi anni fa quando da sant'angelo ritornavo a salerno passavo sempre x atripalda x fare un giro x negozi. Bella città

mer gen 10, 2007 12:47 pm

Adelissima ha scritto:Diversi anni fa quando da sant'angelo ritornavo a salerno passavo sempre x atripalda x fare un giro x negozi. Bella città

Bella proprio non credo, comunque la Piazza è stta rifatta e postero qualche foto nei prossimi giorni.

mer gen 10, 2007 12:55 pm

ARBATAX1 ha scritto:
Adelissima ha scritto:Diversi anni fa quando da sant'angelo ritornavo a salerno passavo sempre x atripalda x fare un giro x negozi. Bella città

Bella proprio non credo, comunque la Piazza è stta rifatta e postero qualche foto nei prossimi giorni.


a me piaceva c'era sempre gente e x le feste grandi illuminazioni
e poi aveva bei negozi quando nei dintorni non c'era nulla..o ricordo male?? :oops:

mar gen 30, 2007 12:35 am

Pietrastornina
La Storia
La prima notizia storica di Pietrastornina risale al 774, anno in cui il principe longobardo Arechi II diede alla chiesa di Santa Sofia in Benevento il castello di Pietrasturminea.

Evidentemente il primo borgo dovette svilupparsi proprio durante l'età longobarda ai piedi della fortezza edificata sulla guglia rocciosa dalla quale si dominava parte del territorio circostante.

Nel 971 alcuni possedimenti del feudo furono concessi da un Guaidernando all'arcivescovado beneventano, mentre al 1102 può ricondursi un altro atto di donazione in cui si fa menzione delle chiese allora ubicate nel borgo e di proprietà del Monastero di S. Sofia.

Durante la dominazione sveva (1194 - 1266) Pietrastornina era sotto il diretto controllo imperiale e solo durante il governo di re Manfredi entrò in possesso di Riccardo Filangieri.

Dopo la battaglia di Benevento il feudo passò al Regio Fisco e Carlo I d'Angiò ne fece dono nel 1270 al provenzale Guglielmo Stendardo. Dopo la sua morte ne citarono le terre il primogenito Guglielmo II, Maresciallo del Regno di Sicilia e dal 1302 Gran Contestabile del Regno, ed il terzogenito Tommaso Stendardo (1309).

Nel 1338 barone di Pietrastornina era Amelio Del Balzo, Giustiziere della Provincia di Terra di Lavoro, a cui successero nel 1351 la figlia Ceccarella e nel 1348 Matteo della Marra. Passato a Filippo Caracciolo, Maresciallo del Regno, il paese fu preso con la forza nel 1418 da Marino della Leonessa, signore di Cervinara. A costui fu tolto dalla regina Giovanna II, che nel 1426 lo diede nuovamente al legittimo possessore. Ma dal signore di Cervinara, che lo ricevette comunque in dote dalla moglie Novella Caracciolo, il feudo fu venduto per circa mille ducati al fratello Giacomo della Leonessa, con assenso regio dell'11 aprile 1450, da cui lo ebbe nel 1461 Fabrizio.

Durante il regno di Ferdinando I d'Aragona Pietrastornina fu acquistata dal conte di Maddaloni, Diomede Carafa, alla cui famiglia il feudo appartenne con Giovanni Antonio (1487) e Alfonso Carafa (1567), conte di Montoro.

Con l'avvento della dominazione spagnola in Italia meridionale, il paese venne acquisito nell'ottobre del 1586 dal nobile Cesare Pagano, al quale successe nel 1599 il primogenito Ugo. Venduto nel 1630 per ventottomila ducati a Vincenzo Cossa, fu da questi alienato cinque anni dopo ad Andrea Lattiero, che lo tenne dal 1643 con il titolo di principe di Pietrastornina. Morto nel 1644 senza lasciare eredi, tutte le sue proprietà furono confermate fino all'eversione della feudalità rispettivamente ai discendenti Nicola (1644), Marcello (1646), Antonio (1692), Tommaso (1720), Antonio II (1730), Tommaso II (1778), Antonio III e Giuseppe Lottiero (1831).

Alcune Immagini:
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mar feb 20, 2007 11:24 pm

Chianche

Chianche, in provincia di Avellino, è posta in una posizione collinare a 356 metri di altezza su uno sperone roccioso che si affaccia sulla valle del Sabato. Le fanno da scialle le colline intorno, ricche di castagneti e di querceti, tra i quali occhieggiano qua e là ciuffi di ginestre. Intorno, si stagliano, simili ad un gran cerchio, i Monti del Matese, il Taburno con la sua “Dormiente”, le colline del Sannio che si congiungono all’imponente e maestosa montagna di Montevergine.

Fanno parte del comune di Chianche la frazione di Chianchetelle, Chianche Scalo e San Pietro Irpino.

Suggestivo è lo stretto di Barba, a 5 Km di distanza sulla statale 88 per Avellino, del quale è consigliata la visita. Chianche, infatti, è raggiungibile percorrendo la Statale che congiunge Benevento con Avellino. A 12 km da Benevento ed a 21 da Avellino si innesta il ramo della Serra-Bagnara, percorrendo la quale a due Km di distanza , si giunge a Chianche.
Il clima collinare consente di fruire di inverni non molto freddi , di dolci primavere e fresche estati, sicché turisti e visitatori possono godere d’un soggiorno piacevole e sereno.
Una tesi sostiene che l'antico nome di Planca sia dovuto a Munanzio Planco, condottiero romano e amico di Cesare, dal quale ebbe l'incarico di suddividere le contrade della Campania.

E' più plausibile, però, che tale nome vada posto in relazione alle "Plancae" , le pietre quadrate con le quali i Latini lastricavano le strade, una cava di pietre tuttora esiste nella vicina frazione di Chianchetelle.

Il "pl" latino fu sostituito nel medioevo con "ch", sicché Plancae divenne Chianca e poi Chianche.

Soggetta a Longobardi e Normanni,
Chianche fu feudo dei "De Planca" fino al XVI secolo, passando poi alla famiglia Filomarino, ai Zunica e ai Sanseverino, cui appartiene Gennaro Sambiase, duca di Malvito e S.Donato, principe di Bonifati e sindaco di Napoli dopo l'unità d'Italia.

I Monumenti
Di grande interesse, a Chianche, sono il Borgo Medioevale, la Chiesa Parrocchiale e il Castello.

Il Borgo Medioevale, o Centro Storico, si presenta con caratteristiche stradine acciottolate e case basse, sovente collegate da archi a tutto sesto; una struttura urbanisticamente molto unitaria che ha consentito il mantenersi e perpetuarsi di una cultura delle radici profondamente affondate nelle origini stesse della città.

La Chiesa Parrocchiale è di epoca barocca con elementi di stile romanico; si presenta come un organismo unitario, compreso il campanile che è un tutt'uno con la grande massa muraria. La sagoma è severa e massiccia, scarna ed essenziale. E' una chiesa con una singola navata; 'ingresso è imponente. Le pareti laterali presentano colonne ioniche ed archi tutto sesto. Dietro la porta di ingresso vi è una lapide che ricorda la consacrazione della chiesa fatta da V.M.Orsini nel 1964.

Il Battistero è sagomato simile ad un calice in un blocco di marmo bianco, ed è sovrastato da un affresco che rappresenta S.Giacomo Apostolo mentre riceve il battesimo da Gesù.

Lungo la parete sinistra, vi sono quadri di notevole valore artistico, risalenti al '600 e '700, rappresentanti S.Antonio, S.Domenico, Santa Caterina e l'Immacolata concezione.

Di questi è stata richiesta la consulenza artistica della Sopraintendenza delle Belle Arti di Avellino.Di notevole bellezza è il Pulpito ottagonale in legno. Il presbiterio è separato dal calpestio da uno scalino ed ha, al centro, l'altare in marmo massiccio. La volta a cupola ha catino circolare sistemato su un tamburo a pianta quadrata.

Al centro della parete vi è il quadro della Madonna "Causa Nostrae Letitiate" del '600. Molto bello è anche l'organo del '700. I due altari laterali furono consacrati da V.M.Orsini nel 1706.

Il Castello, col suo profilo turrito, richiede un discorso più approfondito perché rappresenta la storia stessa di Chianche. Per quanto ridotto a resti, sia pure cospicui, ne sono chiaramente leggibili origini e trasformazioni. Fonti storiche ne fanno risalire la costruzione ad epoca normanna, mentre pare che il suo elemento più antico sia il Torrione di Via S.Felice, sorto sul primitivo Castrum (il campo militare fortificato a difesa del territorio secondo la tipologia romana).


Lo schema costruttivo fu determinato da una rozza muraglia di modesto spessore che, lungo il perimetro difensivo, coincideva con l'orografia del terreno, caratterizzata dallo sperone roccioso della collina.

La prima citazione storica del Castello risale al 1301 "Pagano l'adoa per il castello di Planca, in pertinenze di Montefuscolo, Guglielmo de Planca" - (De Lellis not.IV fol.265)- ex Reg.Ang. 1301 B fol.17.


Nel corso dei secoli, e soprattutto durante il Rinascimento, il possente edificio subì numerose trasformazioni per essere adattato in castello-residenza ambita dalle più nobili famiglie: i Filomarino, I Caracciolo, i Zunica, I Sanseverino.Come attesta una lapide all'ingresso, nel 1593 fu acquistato da Giovan Battista Manso marchese de Ville, umanista amico di Torquato Tasso, di Milton e di Marini che ivi furono ospitati.

Visita al Centro Storico
A Chianche si distingue la parte moderna, in località Vigna, dal Borgo Medioevale. Partendo da Via Angelina e percorrendo Via Roma, Piazza Duca di San Donato e Via Tasso si giunge al Castello. Un percorso fortemente panoramico che attraversa il Centro
Storico, viuzze e vicoletti suggestivi serrati tra basse case in pietra in cui si addossano archi a tutto sesto che le
collegano l'una all'altra.
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Fino a qualche tempo fa, in Via Roma si trovava la barocca Cappella di Maria SS delle Grazie, della quale resta un quadro con l'immagine della Vergine. Da Piazza Duca di San Donato si dipartono le vie S. Felice e Torquato Tasso; al loro innesto c'è la Fontana, un'opera barocca in marmo bianco,col blocco centrale che poggia su due gradini ed ha alla sommità il busto del Duca di San Donato. Una lapide ricorda l'importanza assunta dall'Acquedotto di Chianche per il rifornimento idrico dei cittadini. Nei pressi della Fontana si trova un esempio dell'antico sistema di illuminazione cittadina: un lampione in ferro che sorregge il lume. Prospiciente la piazza si trova il Palazzo Cecere con l'artistico portale ad arco a tutto sesto.


Proseguendo lungo Via Tasso e percorrendo una stradina ancora acciottolata, poco oltre i ruderi del Castello, si giunge alla Corte, un ampio spiazzo dove i feudatari riunivano i sudditi durante le feste primaverili ed al cui centro c'è una Torre quadrata che ha alla sommità i resti di una merlatura neoguelfa su archetti di stile neogotico: quanto rimane per l'incuria degli uomini e per gli ultimi eventi sismici. Proprio accanto alla Torre c’è il cancello di ingresso al Castello, che introduce ad un cortile delimitato in parte da mura merlate e consente di giungere all’imponente Scalone del piano residenza. Dalla porta di ingresso si intravede un altare che faceva parte dell’originaria Cappella e che si rivela simile a quello della Chiesa Parrocchiale. È in marmo rosa venato di bianco e reca, sotto uno stemma a destra, la “Z” della famiglia Zunica e, al centro, la data “1779”, anno in cui fu eretto.
ImmagineLa voce popolare riferisce dell’esistenza, una volta, di una galleria di quadri, tra i quali, secondo Padre Natalino Russo, spiccava quello della Madonna con S. Antonio ai suoi piedi dovuto al Borcharet e del quale si sono perse tutte le tracce.Il ricorrere dei richiami al duca di San Donato (Gennaro Sambiase Sanseverino di Malvito) non è dovuto tanto al fatto d’essere stato questi sindaco di Napoli (dove gli è tutt’ora intitolata una via ), quanto al suo profondo amore per Chianche dove si rifugiava ogni qualvolta aveva bisogno di riposo. Al suo interessamento, infatti, si dovettero la rete idrica cittadina, l’illuminazione a gas, la stazione ferroviaria, la presenza dei Carabinieri Reali, il restauro del Castello e innumerevoli interventi con risparmi personali a favore anche dei singoli cittadini.
ImmagineLa visita a Chianche prosegue col percorrere di Piazza Ascanio Filomarino. Da questa piazza si può godere un panorama fulgente, poiché si guarda verso la Valle del Sabato , il Taburno, lo Stretto di Barba e Montevergine. La piazza, intitolata ad Ascanio Filomarino, ricorda che questa famiglia fu feudataria di Chianche (1568-1583).Ascanio Filomarino, in particolare, nacque infatti a Chianche, si laureò a Benevento e fu vescovo di Napoli. Da piazza Filomarino parte una caratteristica strada, con rara lastricatura in pietra bianca, detta via Sabato perché scende verso l’omonimo fiume.


Proseguendo dalla piazza, lungo via S.Felice , si costeggia il lato Ovest del Castello e si giunge in piazza Francesco Tedesco, ministro dell’età giolittiana ed illustre uomo politico. La piazzetta è panoramica, contornata da graziose casette Proseguendo lungo la Provinciale, antico troncone della via Appia che porta a Petruro, Torrioni e Montefusco, a circa 900 metri da Chianche, si trova la Frazione di Chianchetelle. L’abitato, con strade e abitazioni, segue l’andamento ondulato e morbido della collina. Il nome antico era quello di Plancelle, con origine identica a quanto riferito prima a proposito di Chianche.
ImmagineAll’ingresso del paese si trova un’ampia piazza da sempre chiamata “Campo”, un’area probabilmente destinata fin dall’inizio della sua storia a sosta delle truppe in tempo di guerra e, in periodi di pace, adoperata per i tornei voluti dal feudatario.


Dal Campo si diramano diverse strade, una è quella che conduce in località Pieschi per scendere fino a un’antica cava nota come “carcàra” (dove vi era una fornace di calce), un’altra, in salita, che porta ai “Sacconi” e prosegue lungo i boschi della collina sovrastante.


A poca distanza dal Campo, in una bella Piazzetta, si trova la Chiesa di Santa Margherita. L’edificio religioso è molto semplice, a pianta rettangolare, e consta di tre altari: i due laterali fanno da cornice al centrale, benedetti nel 1685 dal cardinale Vincenzo Maria Orsini. Vi è custodita, tra le opere, la statua della Madonna della Pietà, cui è legata un’antica tradizione popolare che la festeggia la prima domenica di Maggio. Di particolare bellezza è il quadro su tela, posto al centro della volta, che rappresenta la Madonna con il Bambino, S. Filippo Neri, S. Domenico, S. Caterina e Santa Margherita alla quale la chiesa è dedicata. Dalla piazza della Chiesa si domina la Valle del Sabato ed i monti che la circondano, compreso quello dove sorge il Santuario di Montevergine. A destra della chiesa vi è, in discesa, una strada che porta ai “Ranaudi” e prosegue per l’ ”Aeteneta” (un massiccio roccioso che si affaccia sullo Stretto di Barba).

Allontanandosi dalla Chiesa e percorrendo Via Roma si giunge, lungo la strada in leggera salita, al punto più alto di Chianchetelle, con le antiche case in “planca” su strette viuzze e angusti passaggi, dove svetta una Torre quadrata, in parte crollata. Di origine normanna e risalente all’ XI secolo, la Torre era considerata un fortino di grande importanza perché posto bene a difesa strategica dei luoghi ed a punto di osservazione del Valico di Barba, il tratto di fondovalle che mette in comunicazione

(Chianche..e chi ti scord' :oops: )

mar feb 20, 2007 11:44 pm

fò ma dove le pigli ste notizie???

mar feb 20, 2007 11:50 pm

La proloco di Chianche :ciao:

lun mag 14, 2007 4:28 pm

Ciao Lone, ho divorato il libro della Reppucci: L'Alba Verrà. Ti ringrazio di averlo proposto sul tuo forum, mi hai così dato l'opportunità di venirne a conoscenza. Io e un mio collega lo abbiamo acquistato e sinceramente ti consigliamo di leggerlo. Entrambi pensiamo che per esprimere un giudizio così riduttivo, probabilmente ci hai dato solo un'occhiata. Tanto noi, quanto le nostre mogli, lo abbiamo reputato assolutamente un capolavoro. Una trama che t'inchioda alla poltrona e che non ti consente di chiudere il libro se non all'ultima pagina. E' un romanzo coinvolgente e commovente che ti lascia con il fiato in sospeso.
La prima Opera ambientata in Irpinia che merita veramente un enorme plauso. Finalmente una scrittrice che ha saputo raccontare, con una storia avvincente e ricca di colpi di scena, suggestiva e commovente, un momento della nostra storia.
Infatti, degna della penna di un esperto romanziere, questa trama è congegnata in maniera tale da rendersi interessante e accattivante sin dalle prime pagine. Nelle ultime ci si ritrova il cuore stretto in un pugno. Io, il mio collega che ti saluta e le nostre mogli non siamo gli unici a pensare che dobbiamo essere orgogliosi di avere una concittadina con le capacità artistiche della Reppucci. Infatti, ho scoperto che esiste un sito, http://www.lalbaverra.it, dove è possibile assaporare un pò della trama di quest'Opera, con addirittura lettura teatrale, ed un blog dove, da varie città d'Italia, stanno giungendo alla scrittrice con commenti che ci trovano assolutamente d'accordo. Saluti. Zeus.

mar mag 15, 2007 12:39 pm

zeus ha scritto:Ciao Lone, ho divorato il libro della Reppucci: L'Alba Verrà. Ti ringrazio di averlo proposto sul tuo forum, mi hai così dato l'opportunità di venirne a conoscenza. Io e un mio collega lo abbiamo acquistato e sinceramente ti consigliamo di leggerlo. Entrambi pensiamo che per esprimere un giudizio così riduttivo, probabilmente ci hai dato solo un'occhiata. Tanto noi, quanto le nostre mogli, lo abbiamo reputato assolutamente un capolavoro. Una trama che t'inchioda alla poltrona e che non ti consente di chiudere il libro se non all'ultima pagina. E' un romanzo coinvolgente e commovente che ti lascia con il fiato in sospeso.
La prima Opera ambientata in Irpinia che merita veramente un enorme plauso. Finalmente una scrittrice che ha saputo raccontare, con una storia avvincente e ricca di colpi di scena, suggestiva e commovente, un momento della nostra storia.
Infatti, degna della penna di un esperto romanziere, questa trama è congegnata in maniera tale da rendersi interessante e accattivante sin dalle prime pagine. Nelle ultime ci si ritrova il cuore stretto in un pugno. Io, il mio collega che ti saluta e le nostre mogli non siamo gli unici a pensare che dobbiamo essere orgogliosi di avere una concittadina con le capacità artistiche della Reppucci. Infatti, ho scoperto che esiste un sito, http://www.lalbaverra.it, dove è possibile assaporare un pò della trama di quest'Opera, con addirittura lettura teatrale, ed un blog dove, da varie città d'Italia, stanno giungendo alla scrittrice con commenti che ci trovano assolutamente d'accordo. Saluti. Zeus.


Ciao e benvenuto sul NOSTRO forum: spero vorrai partecipare alle discussioni, non solo per argomenti inerenti al libro della sig.ra Reppucci.

Il romanzo l'ho letto bene e confermo il mio giudizio che francamente non mi è sembrato essere riduttivo: un'opera interessante, probabilmente più adatta ad un pubblico femminile, ma non certo un capolavoro che cambierà la storia della letteratura.

Che il libro stia avendo successo, posso solo esserne contento e augurare alla scrittrice le migliori fortune...

... permettimi però una domanda un po' maliziosa... non sarà che sei un parente dell'autrice...? :wink:

Non ci sarebbe, comunque, assolutamente nulla di male: anzi, se la sig.ra Reppucci volesse, potrebbe tranquillamente offrire un suo contributo alle discussioni su Avellino e l'Irpinia in questa sezione del forum.

Ti saluto cordialmente.

mar mag 15, 2007 3:08 pm

con tutta la pubblicità che ha fatto, non mi stupirei che scrive anche qua.

mar mag 15, 2007 5:16 pm

ARBATAX1 ha scritto:con tutta la pubblicità che ha fatto, non mi stupirei che scrive anche qua.


:wink:

gio mag 17, 2007 10:46 am

Montella

Stato: Italia
Regione: Campania
Provincia: Avellino
Coordinate: Latitudine: 40° 51′ 0′′ N
Longitudine: 15° 1′ 0′′ E [1]

Altitudine: 546 m s.l.m.
Superficie: 83 km²
Abitanti: 7.852 31-12-04

Densità: 94 ab./km²
Frazioni: Tagliabosco
Comuni contigui: Acerno (SA), Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Giffoni Valle Piana (SA), Montemarano, Nusco, Serino, Volturara Irpina
CAP: 83048
Pref. tel: 0827
Codice ISTAT: 064057
Codice catasto: F546
Nome abitanti: montellesi
Santo patrono: San Rocco
Giorno festivo: 16 agosto

gio mag 17, 2007 11:08 am

ARBATAX1 ha scritto:
Adelissima ha scritto:Diversi anni fa quando da sant'angelo ritornavo a salerno passavo sempre x atripalda x fare un giro x negozi. Bella città

Bella proprio non credo, comunque la Piazza è stta rifatta e postero qualche foto nei prossimi giorni.


:roll: ma ti piace la nuova piazza? non ti sembra che l'illuminazione sia da festa di Piedigrotta? dico solo che mi dispiace per la vecchia fontana.

gio mag 17, 2007 7:16 pm

ake a me dispiace x la fontan.. gl'anni del liceco c'ho passato li vicino

mar mag 22, 2007 5:17 pm

FONTANAROSA

Ecco una cittadina irpina che sorta su un terreno mosso e collinoso (Altitudine 480 Mt. S/m e una superficie territoriale di Kmq. 16,75) non si è lasciata frazionare dai contorcimenti della natura. Essa si presenta compatta nelle case e saldamente articolata nelle vie, che ruotano intorno ad una bella piazza, una volta centrata da un tiglio tozzo e oppresso da una cupola di verde. Alcune vie scoscendono a precipizio, ma la statica è sicura è sorretta dalla struttura pietrosa del terreno e della sapienza costruttiva degli abitanti (circa 4000).



La cittadina ha una unità architettonica che si impone subito, nel decoro esteriore e nella dignità delle sue linee. Forse le leggi dell’armonia e delle proporzioni sono state tratte dal paesaggio mirabile che a forma di conca vastissima si dispiega dolcemente sotto lo sguardo di Fontanarosa, fino all’orizzonte delimitato dalle montagne evanescenti dell’Appennino. La cittadinanza si adagia su di un colle pingue di vigne e di oliveti e la sua ben nota costrutta robustezza si affina solo nella leggiadria del nome. Oltre la leggenda che si parla di una fontana che sarebbe esistita anticamente in un gran roseto e appartenente ad una tale Rosa, chi ci dirà con certezza l’origine di questo nome? Anche la sua fondazione è incerta e chi spinge fino alla superstite popolazione dell’antica Eclano distrutta nel 662 per opera dell’Imperatore Greco Costante II°, non può spiegare i secoli di silenzio in cui la località sarebbe rimasta avvolta, fino a quando i Normanni non ci hanno dato una più sicura testimonianza della sua origine. Infatti gli scarsi avanzi di un cartello normanno segnano l’origine di Fontanarosa. Qui, più precisamente in località Fiumara, furono rivenuti armi ed utensili dell’età della pietra in un sepolcreto. Nel 987 Fontanarosa fu distrutta da un orribile terremoto in cui perirono quasi tutti gli abitanti. La sua storia feudale è scarsa di rilievo, il paese nel sec. XIII fu feudo di una famiglia che ha il suo stesso nome e poi viene assorbita da quella più prestigiosa della contea dei Gesualdo, da cui passò ai Principi di Piombino, ai Ludovisio e poi ai Tocco, principi di Montemiletto e infine ai Cantelmo Stuart che furono gli ultimi feudatari. Ma le croniche in mancanza di meglio, ci tramandano fatti di contenuto religioso che danno subito sviluppo e rinomanza a Fontanarosa, quando cioè fu rinvenuta in un pozzo del luogo la statua in terracotta della SS. Vergine. La statua fu nascosta per sottrarla alla furia persecuzione degli Iconoclasti che addolorano la Chiesa per ben 116 anni (726-742) e sarebbe rimasta così seppellita se una pastorella, guidata dall’apparizione della Vergine, non avesse additato agli abitanti del luogo il ricettacolo dove si conservava la sacra Icone. Nella vicinanza del pozzo, da cui scaturiva un’acqua che apparve subito portentosa per la salute dei fedeli fu in breve costruita una cappella, la quale, successivamente ampliata (1731), assume le proporzioni notevoli dell’attuale chiesa, detta appunto di Maria Santissima della Misericordia o del Pozzo. E’ un Santuario fastosamente decorato, ricco di doni votivi e di preziosi paramenti sacri, con altari di marmo pregevole e dipinti di sicuro valore artistico, come un trittico in legno colorato e dorato del sec. XVII, dono del Principe Carlo Gesualdo e un quadro della Vergine con bambino che dona il giglio a S. Antonio, appartenente alla scuola di Luca Giordano.
Nel 1750 vi fu fondata l’accademia letteraria chiamata “dei Lincei”. La bella statua della Vergine, con una triplice corona d’oro in testa, è oggetto di profonda devozione da parte degli abitanti e di pellegrini che accorrono da ogni contrada, specie in occasione dei festeggiamenti annuali. Accanto al tempio si erge un imponente campanile in pietra lavorata, che svetta nella aria limpidissima con una cupola scintillante, a forma di cipolla di tipo orientale. Essa è coperta di maioliche multicolori che mandano al sole barbagli di fantastica policromia. Su una parete di questo campanile, i cittadini hanno voluto incastonare il ritratto, pure in maiolica del figlio più illustre del luogo il famoso predicatore domenicano del 600 Padre Fontanarosa (1608 – 1689) – al secolo Salvatore Avvisati – che dal pergamo delle maggiori chiese d’Italia sferzò tiranni, Papi e gesuiti con una facondia prodigiosa e dotta e con una veemenza inusitata in tempi di controriforma cattolica. Spirito indomito e battagliero, mordace e caustico, si tramandano di lui non pochi aneddoti celebri e motti arguti. Oltre il Santuario di Maria SS. Della Misericordia o del Pozzo occorre ricordare la Chiesa parrocchiale di S. Nicola protettore rinnovata ed abbellita con facciata e pietra locale con cupole (negli anni 1953 – 1959) per iniziativa del defunto Don Davide d’Italia (1902 – 1959), la quale nel transetto conserva due grandiosi quadri del ‘600 di scuola napoletana la Vergine col Bambino e Santi e l’Ultima Cena. Di Fontanarosa è celebre anche la collezione di soggetti da Presepe del ‘700, alcuni dei quali sono di una rara bellezza artistica. Lo avvio alla costruzione di questo celebre Presepe è da attribuire al benemerito cittadino don Gennaro Penta (1855 – 1933) ed ai suoi collaboratori: Schettino Leopoldo, Penta Camillo e Cerandolo Giuseppe, presepe che ora impreziosisce il Museo Irpino dal Maggio del 1969. Accanto al presepe c’è il famoso “Carro di paglia” che risale al XVI secolo e che celebra la devozione popolare per Maria SS: della Misericordia o del Pozzo. La tradizione orale fa risalire la secolare istituzione a tempi immemorabili, quando i contadini delle varie contrade caricavano i loro carri di covoni di grano, per recare la loro offerta di ringraziamento ai piedi della Vergine nei giorni della sua festa. Ne nacque una gara di contrade per l’allestimento del carro più bello. Qualche secolo dopo, appunto nel XVI, la comunità di quell’antico paese normanno decise di costruire un solo “Carro -obelisco”, al cui allestimento partecipasse tutto il popolo: alla rivalità delle contrade succedeva la concorde e appassionata collaborazione di tutti, segno di una devozione più sincera e più autentica. Un popolo unanime nella manifestazione della fede comune. Più volte ricostruite e più volte consunto o distrutto dal trascorrere o dalla fatalità di eventi rovinosi – come l’incendio del 1889 – il “Carro” rimase immobile durante gli anni della prima e seconda guerra mondiale. Rifatto completamente tra il 1947 e il 1952, ha resistito al tempo per altri vent’anni. Dal 1972 la fede e l’abilità artigianale e artistica degli abitanti di Fontanarosa hanno ridato alla festa di agosto il capolavoro di tutti i tempi. Il nuovo obelisco di paglia, che ogni anno ripercorre il tragitto dalle campagne di Fontanarosa sino alle porte della Chiesa di Maria SS: della Misericordia o del Pozzo, possente nella sua mole miracolosamente leggero e mobile nello svettare armonioso delle sue colonnine e delle sue guglie, è costato tre anni di fervido lavoro e di eccezione impegno da parte di tutti con in testa il parroco Don Giulio Ruggiero e l’artista Mario Ruzza. Il rito, insieme di ringraziamento, di espiazione e di speranza si rinnova annualmente il 14 agosto. Di tutti questi tesori la cittadina non mena vanto per una sorta di pudicizia e di compostezza che avvolge uomini e cose. Ma il chiaro silenzio del paesaggio esprime una gravità solenne che è più persuasiva di ogni parola e che finisce col condensarsi nel volto severo e tormentato di Padre Fontanarosa, spirito e voce di questa terra irpina.

mar mag 22, 2007 5:22 pm

Il "CARRO" di Fontanarosa (Av) - artistico obelisco di paglia - 14/08...

È molto difficile definire un'opera del genere, verificare se le norme architettoniche coincidano o meno con la sua forma; incasellarla in determinato ambito culturale. Alcuni studiosi ritengono che il primo carro, quello ideato da Generoso Martino, fosse di gusto Barocco, mentre gli altri, allestiti in seguito si ispirassero al Gotico. In realtà non è possibile stabilire rigidamente uno “stile” dal primo a quello attuale. Certamente, per approdare ad una classificazione “stilistica”, sarà utile tenere presente il loro momento storico per valutare le tendenze dei maestri, che vi lavorarono, e leggerne attentamente i caratteri. ncominciamo a decodificare il tipo e gli elementi architettonici di cui si compone il carro di Fontanarosa. Il carro può essere scomposto in parti omogenee classificate in base alla forma e/o alla funzione. Avremo un sistema principale carro e dei sottosistemi per parti omogenee: struttura, rivestimento, equilibrio. Il sottosistema della struttura portante è composto da una serie di pali in legno di castagno a sezione circolare, con diametro variabile che va riducendosi dal piede alla testa. Ogni piano è composto da quattro pali affiancati da altri quattro, quelli che si prolungano dal piano sottostante. I primi otto grossi pali partono dalla crociera del “carrettone”, cioè la parte basamentale che garantisce il moto; essi sono alloggiati in appositi incassi ricavati nel masso di legno di olmo. Lo schema strutturale del primo piano si ripete anche per i piani successivi però, mano a mano che si sale verso gli altri livelli, le sezioni dei pali diventano più piccole. La struttura lignea del carro, come si può vedere dalle foto dell’ossatura, si presenta come un telaio spaziale che va rastremandosi in altezza. Complessivamente la struttura del carro è composta da venti pali, che garantiscono l’intelaiatura fino al quinto registro. I pali sono tenuti insieme, al fine di garantire sia l’equilibrio sia la statica dell’intero sistema carro, da una serie di vincoli non perfetti; vale a dire che non esistono né incastri, né cerniere assimilabili alle regole classiche della statica o della scienza delle costruzioni; qui ci troviamo di fronte a soluzioni dettate dall’esperienza pratica derivata da altri modelli strutturali. I vincoli sono garantiti da una triplice azione : incastro delle parti in legno, bullonatura, legatura con corda di canapa (muscellatura). Un grandissimo ruolo svolge la legatura, infatti non essendo un vincolo di tipo rigido, garantisce l’elasticità, quindi il movimento tra palo e crociera, (elemento dove esso è fissato); inoltre prima della partenza del carro queste legature vengono bagnate per serrare ancora di più il vincolo. L’operazione viene eseguita per avere una migliore risposta alle altissime sollecitazioni che la struttura subisce durante le fasi del trasporto. Oltre all’ancoraggio vicino alle crociere, i pali sono ancorati anche alla riquadratura che delimita ogni piano.



La “cupola” è composta da due piani che, nonostante la loro piccola dimensione, rispettano tutte le caratteristiche degli elementi architettonici dei registri sottostanti. Sopra questi due piani, alloggiati come rocchi di colonne, grazie ad un foro al centro della loro struttura, attraversati dal grande palo centrale, viene sistemato il tronetto e quindi la statua della Madonna.
Osservare la manovra di innalzamento della cupola con la Madonna posta sul tronetto diventa uno spettacolo di particolare emozione. La prima operazione che si compie, quando ormai sul posto di montaggio si è radunata buona parte della popolazione, è il sollevamento del palo con un movimento di rotazione garantito da una serie di corde tirate anche dai fontanarosani che partecipano all’evento. Il grande palo, dopo questa prima manovra, viene a trovarsi in posizione verticale; è retto in equilibrio da altre corde; a questo punto, due argani, messi in movimento con un sistema di leve che, grazie a carrucole e rulli, lentamente fanno salire la cupola verso il punto stabilito. Con l’ascesa della Madonna, sul punto più alto del carro, operazione difficile e pericolosa, ma eseguita con attenzione dai maestri falegnami , si apre la grande festa in SUO onore. L’assemblaggio della struttura del carro e del suo rivestimento in paglia è affidato ad esperti falegnami, che io amo definire ”uomini volanti”. E’ difficile ricordarli tutti, meritano la nostra stima quelli attuali ( Raffaele Petroccione e Raffaele Rosato); non vanno dimenticati quelli del passato che purtroppo non ci sono più: Giuseppe Furcolo , Michele Iezza, Silvio Cosato, Antonio Cavaliere , Felice Ruggiero ed altri.

Il Rivestimento in paglia

Il rivestimento del carro può essere scomposto in moduli (base , colonna , “funnato”, (capitello) che si riducono nelle dimensioni passando ai piani più alti ma, non nelle forme essenziali che caratterizzano il modulo



Il primo e il secondo registro sono composti da 24 pezzi, cosi divisi: 8pezzi di base, 8 pezzi (4 colonne + 4 “funnati”) parte centrale, 8 pezzi (4 capitelli + 4 cornicioni ) per la parte alta del registro. Il terzo registro è composto da 16 pezzi di cui 8 di base; sono assemblati assieme, in questo caso, colonna - capitello e “funnato” - cornicione. Il quarto e quinto registro, considerata la loro modesta dimensione rispetto ai primi, si compongono solo di 8 pezzi , ciascuno di essi comprende base, colonna e capitello. Gli ultimi tre registri, con la Madonna, sono composti da pezzi unici, essi vengono chiamati “cupola”, abbiamo già visto innanzi come si realizza la manovra del loro montaggio. Ogni pezzo del rivestimento del carro è predisposto per essere agganciato al fianco dell’altro grazie a delle staffe particolari, poi bullonate. Per stabilire una convenzione che ci consente di leggere gli schemi delle piante dei vari carri bisogna individuare che cosa si intende come faccia.

mar mag 22, 2007 5:24 pm

Il Presepe di Fontanarosa...

le origini e la sua evoluzione...

La tradizione vuole che nell’anno 1220 a Greccio, nella valle di Rieti, San Francesco d’Assisi in una stalla fece costruire una mangiatoia ai cui lati collocò un bue e un asinello, poi chiamò dei villici del luogo e si suoi confratelli e insieme, cantando lodi al Signore richiamarono le genti dalle zone limitrofe. Dal fascino della grotta di Greccio partiamo per questo nostro breve cammino nell’evoluzione storica del presepe e della sua rappresentazione artistica che vede protagonista la città di Napoli. Nella Chiesa di san Lorenzo Maggiore (transetto a destra) è presente un affresco risalente all’ultimo quarto del XIII secolo dove è rappresentata la Natività. Altro presepe, questa volta scolpita in marmo, è nel Sepolcro del cardinale – arcivescovo Errico Minatolo presso la Cappella dei signori capace – Minatolo dei principi di Canosa (lato destro del Transetto del Duomo di Napoli). Nelle carte notarili del XV e XVI secolo cominciavano a trovarsi menzionati dei figurarum sculptores i quali costruivano rappresentazioni della nascita del redentore sia per icone sia per figure de lignamine a tutto tondo. L’opera più significativa, durante questo periodo, fu quella eseguita da Pietro e Giovanni Alemanni per la Cappella in San Giovanni a Carbonara, commissionata da messer Iaconello Pipe nel 1478; le figure a grandezza naturale erano in legno.nel XVI e XVII secolo il presepe diventava il soggetto preferito dagli artisti tanto che le chiese si arricchivano di nuovi capolavori. Il Santacroce ne scolpirà uno per la Chiesa di Santa Maria la Nova, Giovanni da Nola lo eseguirà per la Chiesa di san Giuseppe dei Falegnami e, non va dimenticato il bassorilievo della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi che alcuni attribuiscono a Donatello, mentre il Vasari sostiene fosse opera di Antonio Rossellino. Lo scenario del presepe cambia totalmente nel XVIII secolo, con la diretta partecipazione dei principi e sovrani, perché saranno messe da parte le immagini a grandezza naturale, opere degli alemanni e di Giovanni da Nola, frutto di solenni sentimenti e di profonda religiosità. Nasce così un presepe aulico e cortese, nettamente distinto dal presepe devozionale e liturgico connesso ai riti e alla celebrazione del Natale. L’8 gennaio 1752, Luigi Vanvitelli, scrivendo da Caserta al fratello Urbano che si trovava a Roma, in uno dei suoi momenti di antinapoletanismo ricordava: "Sono stato a Napoli, ho veduto i presepi, che invero sono tanto goffi nel resto altrettanto sono abili in questa ragazzata, nella quale si applicano efficacemente questi napoletani".
A distanza di quasi tre secoli oggi non possiamo associarci allo sfogo del Vanvitelli, anche se il maestro aveva intuito che lì a poco il presepe avrebbe preso quella sua parte liturgica - rappresentativa, che costituiva la sua ragion d’essere, trasformandosi completamente in sfarzo, sceneggiatura, ostentazione e moda. Carlo III di Borbone faceva costruire il suo presepe mettendo lui stesso a punto gli ultimi particolari. Si dice che a corte, quando si costruiva questo grande presepe compariva padre Rocco, esperto a tal punto che gli era consentito di apportare modifiche anche alle scene più salienti, nonostante a corte vi fossero architetti famosi.



Con Carlo III quindi il presepe diventò real-popolare, le dame di corte curavano i vestiti da fare indossare ai pastori così come facevano per le bambole francesi del Settecento. Maria Amalia, moglie del re, vigilava su questo laboratorio di fine sartoria, al resto pensava Padre Rocco. Presepi così raffinati potevano essere in pochi a permetterseli, primo fra tutti il re e così i suoi figli sui troni di Spagna e di Napoli: Carlo IV si faceva mandare i pastori da Napoli per il suo presepe madrileno e Ferdinando IV ne aveva realizzati due, uno a Belvedere e l’altro a Caserta. Stiamo parlando di presepi con pastori di altissima qualità, rifiniti in ogni dettaglio, con vestiti con fili dorati, con i magi, che erano autentici scrigni di gioielli, poiché sui loro mantelli erano presenti diamanti e pietre preziose. Come si può ben intuire, in tutto questo splendore e sfarzo, si era persa sia la misura il fondamento religioso che ispirava il presepe. E’ da questo periodo in poi che inizia una nuova fase della storia dei presepi, diversa dallo spirito primitivo che traduceva in immagini profonde i sentimenti religiosi, e lontana dallo sfarzo eccessivo della corte dei Borboni. Così tutto l’Ottocento fu percorso da questa moda e durante questo secolo furono spesso protagonisti in negativo potenti personaggi, borghesi arricchiti che crearono un vero e proprio mercato di cessione e acquisto di pastori. Una corsa sfrenata alla ricerca di pezzi particolari d’autori fece nascere anche botteghe di anonimi copiatori che spesso riproducevano le statuette originali dei grandi maestri (Vaccaio, Gori, Sammartino, Mosca, ecc.). Solo da pochi anni si è avuto un approccio diverso rispetto al complesso mondo del presepe. Liberato dall’etichetta di opera lucido-spettacolare, frutto di un mercato opportunistico, il presepe è vera opera d’arte, è forma di cultura e per questo ha rappresentato nel corso dei secoli uno spaccato della storia, dove il popolo è stato rappresentato per un periodo dai sovrani, ma si è poi rappresentato nelle scene di vita quotidiana che noi ancora oggi possiamo ammirare nei tanti presepi. A me piace questa seconda lettura, perché ci aiuta a comprendere il nostro amato presepe che nel corso della sua articolata e a volte triste storia è stato il presepe del popolo. Questa nuova espressione presepiale si configura come più vicina all’immaginario del popolo che si vede rappresentato dall’introduzione, anomala, delle parti strutturali in legno e dalla presenza dell’umile pagliaio. Lo scenario è ispirato ai contesti che ci circondano, è introdotta una grotta anziché la colonna di un tempio o le mura greo-romano per ospitare la scena della Natività. Questa la grande variante che lo ha reso famoso nel mondo; già ammirato nel 1930 dal principe Umberto di Savoia e poi divenuto monumento nazionale. Quello stesso presepe Penta, integrato con altri pastori acquistati da don Davide D’Italia, grazie all’offerta del popolo, fu esposto a Roma in occasione del Giubileo del 1950.
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