ven nov 25, 2005 6:30 pm
La storia del campione, tra gol, gloria, alcol e miss da inseguire
"Ho speso tutto per bere e per le donne: il resto l'ho sperperato"
George Best, Bukowski del pallone
tutta una vita a rincorrere eccessi
di DARIO OLIVERO
George Best
ROMA - Di George Best tutti ricordano la famosa frase "ho speso molti soldi in donne, alcol e auto sportive, il resto l'ho sperperato". Ma forse ce n'è un'altra che vale qualcosa in più: "Se fossi stato anche bello, nessuno avrebbe mai saputo chi è Pelè". Giusto per contraccambiare a modo suo quello che lo stesso Pelè aveva detto di lui e cioè che era il miglior calciatore del mondo. Ma Best era questo, tutto tranne che un diplomatico.
Si dice che Best avesse incominciato a morire nel 1968, l'anno in cui vinse il Pallone d'oro. Prima di quell'anno aveva debuttato a 17 anni in prima squadra nel Manchester United, segnato due gol nella finale di Coppa dei campioni contro il Benfica di Eusebio, vinto due scudetti, vinto un'altra Coppa dei campioni (sempre contro il Benfica, segnando un gol). Nel '68 Best aveva 22 anni, il calcio si occupava di lui da quando ne aveva 15, da quando Matt Busby, patron dello United, lo andò a scovare a Belfast dove era nato.
Impensabile che Best potesse incomincare a morire nell'anno in cui tutto ciò che gli girava intorno girava al suo stesso ritmo, in cui riceveva mille lettere a settimana dai tifosi (e dalle tifose), l'anno della nuova musica, dei capelli lunghi che lui, unico, portava, tanto che fu soprannominato "il quinto Beatle", anche se gira la battuta che lui una come Yoko Ono non l'avrebbe neanche guardata. Eppure quello che Best faceva vedere in campo al fianco di gente come Law e Charlton, i suoi dribbling, i suoi gol, la sua incredibile potenza per un fisico così asciutto, la sua fantasia, quello che lo renderà il giocatore più amato dagli inglesi di tutti i tempi, aveva un prezzo. Best beveva.
L'anno dopo il Manchester cambiò coach e in panchina finì Tommy Docherty che mal sopportava il carattere e la poca disciplina del ragazzo-prodigio. Niente di nuovo, è sempre la stessa storia che leggiamo anche oggi. Ma Best riusciva ancora a tenere insieme le due parti della sua vita, tanto che nel 1970 segnò sei reti in Coppa d'Inghilterra contro il Northampton.
Ma presto le cose si misero male perché nella sua vita privata Best non ne perdeva una. I tabloid lo inseguivano nelle sue fughe con Miss mondo o con miss Universo (dichiarò poi: "Nella mia vita qualcosa mi è sfuggito, Miss Germania o Miss Canada per esempio..."). Anche il Manchester lo inseguiva. Poi si stancò di seguirlo. E arrivò la seconda morte: gennaio 1974, ultima partita all'Old Trafford e in più dalla panchina. Aveva 27 anni.
George lasciò l'Inghilterra per gli Usa che in quegli anni cercavano di costruirsi una tradizione calcistica ingaggiando le stelle mondiali a cifre astronomiche (Pelè e Beckenbauer, per esempio). Aveva una casa sulla spiaggia. Disse in seguito: "Non sono mai stato in spiaggia, per arrivarci dovevo passare davanti a un bar e mi sono sempre fermato prima di raggiungere l'acqua". Andò avanti così, tanti soldi e poco altro per altri dieci anni, poi si ritirò del tutto. E fu l'ultima morte del calciatore.
Si mise a fare il commentatore sportivo e prima ancora ad andare in giro a tenere conferenze, ricordi per lo più sbiaditi delle sue imprese, scrisse cinque autobiografie. Finì una volta in carcere per aggressione a un pubblico ufficiale mentre era in stato di ebbrezza alla guida. Disse dell'eroe nazionale, che ricopre lo stesso ruolo che fu suo, David Beckham: "Non calcia di destro, non calcia di sinistro, non segna molto, non colpisce di testa, non va in tackle. A parte questo, è a posto". Fu cacciato dalla Bbc perché, di nuovo in stato visibilmente alterato, bestemmiò in diretta.
Eppure Bestie, come lo chiamavano i tifosi, era sempre the best: il migliore di tutti. Non per la moglie Alex, che lo lasciò perché la convivenza era diventata impossibile. Non per i medici che intervennero nel 2002 per trapiantargli quel fegato che ormai funzionava soltanto al 20% delle sue possibilità e non lo proteggeva più nemmeno dai comuni virus influenzali. Fu l'inizio dell'ultima morte di George Best, genio del calcio scomparso, come tutti gli eroi, troppo giovane.
ven nov 25, 2005 7:32 pm
ven nov 25, 2005 9:32 pm
ven nov 25, 2005 9:50 pm
Come un peccatore convertitosi sul letto di morte, finalmente George Best riconosce e condanna il demone che gli ha rovinato la vita, ma lo fa quando potrebbe essere troppo tardi per rimediare. “Non morite come me, non fate la mia stessa fine”, manda a dire dal suo letto d’ospedale l’ex-campione del Manchester United ai suoi tifosi e a tutti quelli che sono prigionieri della bottiglia: e per meglio pubblicizzare il messaggio lo accompagna con una serie di impressionanti fotografie che ritraggono la sua agonia. La pelle giallastra, un pallore cadaverico, gli occhi stanchi e spiritati, i denti serrati, la barba incolta, visibilmente dimagrito e sofferente, con i tubi che gli entrano nel collo e nel naso, sembra lo spettro del calciatore che nel 1968 vinse il Pallone d’Oro. Eppure il suo sguardo va dritto all’obiettivo della macchina fotografica e al suo amico ed agente, Phil Hughes, che ha scattato le immagini, raccolto il “testamento spirituale” e trasmesso entrambi al News of the World, il più diffuso giornale domenicale britannico, che le ha pubblicate ieri in prima pagina.
sab nov 26, 2005 1:43 am
sab nov 26, 2005 10:11 am
midel ha scritto:"Ho speso tutto per bere e per le donne: il resto l'ho sperperato"...un esempio sicuramente da non imitare....
sab nov 26, 2005 10:30 pm