HANNO SEGATO CUCCUREDDU :ARRIVA AUTERI
Inviato: gio feb 10, 2005 3:41 pm
«Ora sì che posso parlare, farlo prima sarebbe stato poco cortese e poco professionale nei confronti di chi c’era, che stimavo prima del mio esonero, ho stimato in questi tre mesi e mezzo e stimerò in appresso». Ora che c’è stata la ”riconciliazione”, Gaetano Auteri si sente libero di poter raccontare e raccontarsi. L’uomo è sereno, la voce infonde una tranquillità che però, sotto la cenere, cova la voglia di ricominciare un’avventura interrotta quel fatidico pomeriggio del 28 ottobre scorso, quando, dopo la sconfitta di Ascoli gli venne comunicato il benservito. «Ma che, devi necessariamente mettere in conto quando fai questo mestiere: l’importante è non perdere mai la fiducia in se stessi, credere in quello che si fa perchè la vita è, ironia della sorte, come un pallone: gira, e prima o poi può capitare di ritrovarti dove hai lasciato».
Cento giorni di ”esilio” l’hanno fatta riflettere su errori (eventuali) commessi?
«Ritornare più direttamente agli affetti della famiglia non è un esilio. E poi, non mi sento Napoleone, Siracusa non è Sant’Elena: Ma ho pensato, certo: sbagliare è umano, in qualche cosa devo aver sbagliato anch’io, l’importante è capire dove. Ma il passato l’ho già tagliato, parlarne non serve». Ma al suo passato Auteri è tornato. Dalla Sicilia di nuovo all’Irpinia, dove è arrivato ieri in aereo poco dopo le 16, proveniente da Catania. A Capodichino c’era Americo Gengaro ad attenderlo, un volto amico. Trenta minuti di autostrada e poi l’incontro in sede con Casillo, Monachesi e Loschiavo.
Emozionato?
«E perchè? Non andavo certo a sostenere un esame, direi invece, piuttosto contento, di essere stato richiamato».
Cosa le hanno chiesto e cosa a sua volta ha chiesto?
«Che ognuno interpreti il proprio ruolo: io quello di allenatore, loro quello di dirigenti».
Una risposta alquanto diplomatica: nasconde qualcosa?
«La diplomazia non serve, non ripaga. Certo, abbiamo parlato dell’attuale momento e sarebbe ingenuo e poco serio non dire che Casillo e Monachesi non siano un pò preoccupati. Pensano che questa china possa essere pericolosa. Ma ora bisogna solo pensare a lavorare: è l’unica medicina per salvare il malato».
Qualche volta ha pensato di poter tornare?
«No, anche se ho seguito attraverso i giornali l’Avellino. Comunque ho capitalizzato questi mesi dedicandoli al calcio. Ho seguito l’Interregionale, C1 e C2, il Torneo di Viareggio: il calcio per me è tutto e poi, bisogna conoscere nuovi giocatori: aiuta ad aprire gli orizzonti. Ma la verità è che io senza calcio non riesco a stare».
Si sente caricato?
«Più che altro ho una gran voglia di ricominciare».
Da solo o con gente di fiducia?
«Tornerà Paolo Quattropani ma mi farebbe piacere che restasse anche il «prof» Teresa. È un buon professionista, non sarò io a porre veti».
Troverà calciatori nuovi...
«I ”nuovi” già li conosco ed è inutile dire che questo è un ottimo gruppo».
Sarà difficile recuperare?
«Credo di no anche se si deve partire da un concetto: chi vuole bene all’Avellino non può avere atteggiamenti negativi. Certo, ora è più difficile. Sono certo che i tifosi ci saranno vicini, in ballo c’è il futuro dell’Avellino, di questa città che vive di calcio, che ne mastica da anni e con grande competenza. E questo, forse, la spinge ad essere a volte critica più del dovuto. A loro dico di aspettare: per ora non dobbiamo porci obiettivi a lunga scadenza ma lavorare per quelli molto vicini».
Cento giorni di ”esilio” l’hanno fatta riflettere su errori (eventuali) commessi?
«Ritornare più direttamente agli affetti della famiglia non è un esilio. E poi, non mi sento Napoleone, Siracusa non è Sant’Elena: Ma ho pensato, certo: sbagliare è umano, in qualche cosa devo aver sbagliato anch’io, l’importante è capire dove. Ma il passato l’ho già tagliato, parlarne non serve». Ma al suo passato Auteri è tornato. Dalla Sicilia di nuovo all’Irpinia, dove è arrivato ieri in aereo poco dopo le 16, proveniente da Catania. A Capodichino c’era Americo Gengaro ad attenderlo, un volto amico. Trenta minuti di autostrada e poi l’incontro in sede con Casillo, Monachesi e Loschiavo.
Emozionato?
«E perchè? Non andavo certo a sostenere un esame, direi invece, piuttosto contento, di essere stato richiamato».
Cosa le hanno chiesto e cosa a sua volta ha chiesto?
«Che ognuno interpreti il proprio ruolo: io quello di allenatore, loro quello di dirigenti».
Una risposta alquanto diplomatica: nasconde qualcosa?
«La diplomazia non serve, non ripaga. Certo, abbiamo parlato dell’attuale momento e sarebbe ingenuo e poco serio non dire che Casillo e Monachesi non siano un pò preoccupati. Pensano che questa china possa essere pericolosa. Ma ora bisogna solo pensare a lavorare: è l’unica medicina per salvare il malato».
Qualche volta ha pensato di poter tornare?
«No, anche se ho seguito attraverso i giornali l’Avellino. Comunque ho capitalizzato questi mesi dedicandoli al calcio. Ho seguito l’Interregionale, C1 e C2, il Torneo di Viareggio: il calcio per me è tutto e poi, bisogna conoscere nuovi giocatori: aiuta ad aprire gli orizzonti. Ma la verità è che io senza calcio non riesco a stare».
Si sente caricato?
«Più che altro ho una gran voglia di ricominciare».
Da solo o con gente di fiducia?
«Tornerà Paolo Quattropani ma mi farebbe piacere che restasse anche il «prof» Teresa. È un buon professionista, non sarò io a porre veti».
Troverà calciatori nuovi...
«I ”nuovi” già li conosco ed è inutile dire che questo è un ottimo gruppo».
Sarà difficile recuperare?
«Credo di no anche se si deve partire da un concetto: chi vuole bene all’Avellino non può avere atteggiamenti negativi. Certo, ora è più difficile. Sono certo che i tifosi ci saranno vicini, in ballo c’è il futuro dell’Avellino, di questa città che vive di calcio, che ne mastica da anni e con grande competenza. E questo, forse, la spinge ad essere a volte critica più del dovuto. A loro dico di aspettare: per ora non dobbiamo porci obiettivi a lunga scadenza ma lavorare per quelli molto vicini».